Hot Club De Paris + Settlefish @ Circolo degli Artisti [Roma, 27/Marzo/2007]

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Italia: terra di gruppi e cantautori schiavi dell’eredità di Battisti e del Festival di San Remo, terra di una cultura musicale orrendamente restia ad aprirsi a tutto ciò che non sia qualcosa di trito e ritrito. E poi ci sono i Settlefish i quali sono solo uno dei tanti esempi di gruppi italiani che riescono a farsi ascoltare forse più all’estero che nel loro paese d’origine grazie alla distribuzione in USA e Gran Bretagna paesi nei quali le influenze di gruppi emo degli anni ’90 (quello era l’emo) non incutono timore come l’eliocentrismo nel medioevo. Perché la band bolognese affonda le sue radici proprio in queste band che ormai non sente più nessuno data la comparsa su MTV della nuova ondata di gruppi “emo-fighi” quali Fall Out Boy (perdonatemi se conosco solo questi, ma appena ne sento altri cambio canale sennò mi viene un cancro al cervello) che sono riusciti ad insabbiare un intera scena musicale fatta di gruppi dotati anche di un grandissimo gusto. Ma adesso è meglio parlare di qualcuno che sta al di fuori di questo terrificante show-business. Come dicevo pocanzi i Settlefish preferiscono farsi influenzare dagli arrangiamenti arpeggiati dei Cap’n’Jazz o dei Joan Of Arc pittusto che dall’isteria dei Minuteman e dalla disperazione degli Orchid che come potete notare sono bei gruppi. Ora, questo simpatico combo bolognese ha anche una presenza sul palco che non tradisce la vena emocore: saltano si dimenano si muovono e si fomentano facendo fomentare di conseguenza anche chi li guarda, se poi aggiungiamo che hanno una gamma di suoni che va da una fender mustang e, passando da una fender jaguar arrivano ad un fender jazz bass il risultato è un gruppo completo. Un set composto da molti pezzi dell’ultimo disco (“The Plural Of The Choir”) e molti nuovi in registrazione proprio questo periodo. Il locale non è pieno ma molti sono venuti solo per loro, inoltre un gruppo di ragazzi inglesi balla per tutta la durata del loro concerto a differenza dell’italiano medio che preferisce stare ad una distanza minima di cinque metri dal palco a braccia conserte neanche avesse ricevuto un ordine restrittivo da un giudice di pace. Sarà stata la totale inesistenza di struttura dei loro pezzi a tenere lontano dal palco il pubblico? Boh? Fatto sta che dopo il concerto ho scambiato quattro chiacchere col cantante, Jonathan, il quale mi ha dato gentilmente tutte le informazioni che desideravo sul suo gruppo e alla mia affermazione “se decideste di dare una forma concreta ai vostri pezzi uscireste fuori col botto” lui mi ha risposto umilissimamente “guarda ce lo dicono molti ma non lo possiamo fare perché sappiamo scrivere pezzi solo così” e così sia allora… e poi ci sono gli Hot club De Paris, trio inglese uscito fuori come le scorregge dal nulla di Liverpool (ve li ricordate i Beatles?). Uscita col botto è la loro opera prima (“Drop Down ‘Till It Pops”) che è una specie di abecedario di molto di quello che è successo nella musica inglese negli ultimi 30 anni. La miglior definizione che si può dare di questo gruppo è: un gruppo di idioti (nel senso buono) che non ha la minima paura di suonare musica fondamentalmente pop lanciando come singolo un pezzo con strofa in tempo dispari. Perché ci vuole coraggio a fare una cosa del genere anche se lo abbiamo già detto che oltremanica le menti sono molto più aperte. Meglio dal vivo che sul disco vuoi per la loro presenza scenica e per il maggior volume del basso rispetto alla registrazione che riempie i pezzi dandogli “il tiro” di cui avevano bisogno, un chitarrista minuscolo che si muove come i soliti pirla new-waver ma vabbè alla fine quelli sono gusti, infatti personalmente ho preferito la presenza scenica del bassista/cantante più influenzato dai gruppi punk intuibile anche dalla sua voce ogni tanto sporca che mi faceva ricordare Joe Strummer (ci manchi tanto!). Iniziano con un pezzo a cappella che più che i Neri Per Caso ricorda i cori dei primi Beatles (quelli coi capelli mop) e tutta la gente inizia a ridere fortissimo… immagino abbiano detto delle cose divertentissime ma la mia impossibilità a comprendere l’inglese non americano mi ha impedito di partecipare alle loro risa. Pazienza! iniziano a suonare a mazzetta i pezzi del disco alternandoli ad altri pezzi a cappella e continuando a far ridere i presenti quando salutano apertamente la gente che se ne va dal concerto proprio tra un pezzo e l’altro. Durante il set rimango incantato dal modo di suonare del chitarrista la cui mano sinistra non sta un attimo ferma e si aggira isterica per tutta la tastiera. A fine concerto stoppo il loro batterista per fargli qualche domanda. Appena lo informo che avrei dovuto scrivere del concerto per una webzine gli si apre un sorriso in faccia ed esclama “COOL!”. Come ho detto poco sopra l’inglese britannico lo capisco molto poco ma quanto basta per carpire che usciranno col secondo disco nel prossimo autunno e per dirgli che a mio avviso stavano facendo un grandissimo lavoro. Li ho affrancati come gruppo pop del futuro, lui mi ha sorriso e se n’è andato dopo avermi stretto la mano. Belli dentro e fuori.

Andrea Di Fabio

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