Honkeyfinger + Dirty Trainload @ Sinister Noise Club [Roma, 3/Febbraio/2011]

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Scoprii Honkeyfinger due anni fa quando, per puro caso e a serata inoltrata, imboccai gli scalini del fumoso piano sotterraneo del Sinister Noise e mi ritrovai davanti questo curioso personaggio: alto, magro, barba rossa e lunga, cappello e look da rocker inglese. Era seduto lì sul palco con gli occhi chiusi e completamente sudato che urlava a squarciagola e giocava con la sua chitarra poggiata sulle cosce in orizzontale. Le gambe che tenevano il ritmo attraverso la grancassa e il charleston. Armonica a bocca e un microfono “megafonato” concludevano il suo armamentario. Senza citare l’effettistica impostata a manetta che gli consentiva di avere una distorsione potentissima e la loop station che gli permetteva di registrare e mandare all’infinito riff di ogni tipo. Perciò quando ho letto che sarebbe tornato nuovamente a Roma, di nuovo al Sinister, non ho resistito. E così stasera mi appresto a seguire l’artista con maggiore consapevolezza.

Una volta dentro il locale la prima persona che incrocio è proprio lui, che scende le scale. Il tempo di una birra e mi posiziono davanti il palco dove i Dirty Trainload stanno prendendo posto. Loro sono il nuovo progetto di Bob Cillo da Bari e di Marco Del Noce, armonicista romano. Sono in tour con Honkeyfinger per presentare il debut-album ‘Rising Rust’. Ad accomunarli all’headliner è naturalmente il blues, il garage, il lo-fi, la ricerca di un sound “di strada”, ovvero con l’uso di strumenti sgangherati (bidoni, tamburelli legati a pedali da batteria, palette, barattoli) unito ad un’effettistica analogica per chitarra di tutto rispetto. Stasera però assieme a Bob Cillo c’è una ragazza di Santa Cruz, intenta a tenere il ritmo con percussioni di vario tipo, a suonare il banjo e cantare, mentre Bob Cillo fa partire le basi e suona la sua chitarra bella distorta: un’idea impegnativa. Partono mosci e poco coordinati, ma si scaldano durante l’esibizione, e nel complesso fanno una buona apertura grazie anche alla bellissima voce di lei.

Sono le 23 e 30 quando il folle bluesman inglese si sta accomodando alla sua postazione, il pubblico è decisamente aumentato nel giro di una decina di minuti. Ad un tratto la vedo: la sua piccola chitarra lap-steel che fa un bordello della madonna. Quelle accordature aperte suonate con la barretta di metallo creano degli effetti meravigliosi sui quali lui gioca in modo veramente originale. Vedo anche le varie armoniche sparse qua e là, come la grancassa, il charleston e il microfono “ovattato”. Sembra timido, saluta tutti ed è buffo seduto lì solo soletto che ride imbarazzato davanti a tutta quella gente. Bastano cinque secondi ed ecco che diventa l’esatto opposto: quando attacca a suonare e a cantare sembra trasportato da non si sa quale demone del rock’n’roll. Urla, tiene il ritmo in modo impeccabile, strimpella la sua iper-distorta chitarrina e quando finalmente ti sei abituato a tutto quel gracchiare eccolo che schiaccia qualcosa e raddoppia la distorsione, aumentando la velocità e urlando ancora più forte e con ancora più trasporto. In pratica fa il lavoro che potrebbero fare tre persone, se non di più. Deliziosi sono i brani che esegue solo con armonica e microfono “megafonato” alternando senza sosta le due cose. A volte unisce questa parte a basi che crea sul momento attraverso la loop station di fatto facendo partire una linea di basso, poi sezione ritmica (creata con la voce) e riff di chitarra. Fa ridere il fatto che dopo essersi scatenato per un’oretta buona e aver stordito tutti, alla fine di un suo brano, nel silenzio improvviso che si crea dopo gli applausi, chiede affaticato, imbarazzato e con un tono pacato tipicamente english se cortesemente qualcuno può portargli un bicchiere d’acqua. Lo show va avanti così, per un’altra mezz’ora, e lui non annoia. Varia molto da brano a brano, si lascia completamente andare e si prende una grande quantità di applausi da tutti quanti. Verso la fine l’esibizione prende una piega ancora più rumorosa per via dei giochetti con il delay che ritardano, ripetono e modificano la frequenza dei suoni. Alla fine, praticamente sordo, vado al banchetto dove trovo finalmente il suo ‘Invocation Of The Demon Other’, che cercavo da moltissimo tempo. Honkeyfinger è un musicista vero, pazzo, che si fa il culo in giro per il mondo nei club più disparati: vale veramente la pena assistere al suo spettacolo.

Marco Casciani

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