Honeybird & The Birdies + Tommaso Lostia @ Sinister Noise Club [Roma, 9/Gennaio/2008]

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Mercoledì serata ideale. Troverete su queste pagine tale affermazione ripetuta ciclicamente quasi fino ad esaurimento forze. Serata ideale per fluidità di percorrenza stradale. Per clima. Per libertà di parcheggio. Eccetera. Serata ideale per avvicinarsi, tanto da scoprirne i connotati, due realtà dell’underground romano. Il club ostiense è sempre accogliente. Il divano posizionato sulla sinistra del piano primo anche. Ho sonno. Arretrato. Ho il blu nella testa. L’umidità nelle ossa.

Tommaso Lostia dopo l’esperienza Zetà si ripropone in veste solista. Un rodaggio obbligatorio per testare feedback, per allenare la mente, per rodare i pezzi – alcuni dei quali nuovi che finiranno in un imminente EP. Da solo con il suo amato strumento – la chitarra – propone l’idea di canzone che poggia le basi sul background ’90. Sull’epopea della Seattle marchiata Pearl Jam ma non solo. Ci sono i virtuosismi che testimoniano anni di studi classici, l’amore per Ben Harper, la voglia di sperimentare (usando una chitarra baritona), l’altra di riproporre pezzi dell’esperienza passata (si ascolti ‘Salvami’) rivisti e corretti (in meglio aggiungiamo strizzando l’occhio). Voce possente. Ottima resa. L’attesa al varco è già iniziata.

Il trio multiculturale degli Honeybird & The Birdies ruota intorno alla losangelina (di padre romano) Honeybird che si esibisce cantando e suonando in maniera tremendamente cloinvolgente una serie di strumenti che vanno dalla semplice chitarra elettrica, al charango al berimbau. Influenze centro-sud americane. Il folk minimalizzato, blisterato, proiettato in deliziosi fumetti che hanno come protagonista l’uccellino mascotte arancione. Con la ragazzona italo-americana ci sono il basso di Ginobird e le strambe, colorate percussioni di P-birdie che si avvale (sul finale) anche di una tastierina casio. Sorridente live set che gioisce alla vita. Un tempo suonato di sogno semi-favolistico. Un giro in giro tra odori e sapori di culture quasi lontane. Di culture finalmente emerse in un genere – il pop – che troppo spesso si avvale delle solite piattaforme di derivazione. Caleidoscopio di lingue. Di luce. Di amore.

Emanuele Tamagnini

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