Hollywood Vampires @ Auditorium [Roma, 8/Luglio/2018]

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“La parruccata” è l’affettuoso nomignolo che già da diverso tempo avevo affibbiato al concerto degli Hollywood Vampires all’Auditorium, al quale mi sono recato con lo spirito migliore, come se stessi andando al luna park. Sarebbe stato da folli non calarsi in maniera goliardica nell’atmosfera carnevalesca della situazione, certo poi c’è anche il rovescio della medaglia. Sul palco praticamente stava andando in scena una sorta di veglia funebre del rock’n’roll, o almeno di una determinata concezione di esso, quella dei capelloni truccati, vestiti di pelle e borchie con alle spalle il carrozzone da avanspettacolo, insomma tutta quella roba che dagli anni ’80 ha iniziato a delineare il cliché di ciò che fosse “rock”, tutto quello che oggi è andato fuori tempo massimo e diventato anche inesorabilmente caricaturale. Il clima generale va da un coinvolto eccitamento ad una divertita curiosità, difficile però non notare le macchie di posti vuoti nella tribuna e gli ampi spazi liberi nel parterre. Dunque un dato è chiaro: il concerto “rock” nel 2018 è diventato roba perlopiù da over 30 che possono permettersi ed hanno voglia di sborsare dai 50 euro in su per un singolo spettacolo.  Appuntamenti che quindi diventano sempre più elitari, ostacolando un ricambio generazionale che parta dal basso e portando il pubblico che popola questo tipo di eventi a chiudersi in un circolo di autoreferenzialità e preclusione verso tutto quello che accade nel mondo reale e nel panorama musicale odierno.

Finita la diagnosi non richiesta sullo stato di “salute” (o dell’accanimento terapeutico) del rock, veniamo allo spettacolo andato in scena a Roma. Mentre a meno di 3 km di distanza lo stadio Olimpico ospitava nientemeno che Beyoncé e Jay-Z, la Cavea del Parco della Musica impazziva per i due totem dell’hard-rock Alice Cooper e Joe Perry, ma soprattutto per Johnny Depp, il più atteso, come si poteva notare dal dislivello di pubblico assiepato sotto al suo lato del palco rispetto a quello del chitarrista degli Aerosmith. Del resto Johnny è la vera attrazione e fa simpatia da questo punto di vista, perché è uno che c’è sempre stato dentro e la sua passione per la musica non è stata mai un mistero, probabilmente è l’unico qua in mezzo che stia in qualche modo “vivendo il sogno” o semplicemente divertendosi da pazzi, con la postura e le movenze da rocker navigato, probabilmente è la parte che l’attore ha sempre voluto interpretare, ci sta tutto. Giusto così. La scaletta del tour propone 19 brani, di cui 6 sono quelli “originali” degli Hollywood Vampires, che viaggiano sui binari dello standard hard-rock/blues più facile e tra i quali spicca soprattutto l’emblematica ‘My dead drunk friends’, che rende omaggio a tutte le icone morte del rock’n’roll, da Jimi Hendrix a Keith Moon, passando per John Bonham, John Lennon e tanti altri, celebrati da foto evocative che appaiono in sequenza sullo schermo, intervallate dalla scritta R.I.P., sinceramente è tutto un po’ triste.

Il resto della scaletta è composto da 13 cover scelte con un certo gusto tra chicche e classiconi d’obbligo. Non poteva mancare ‘Ace of Spades’, cantata dal bassista Chris Wyse (già membro dei Cult e turnista di Ozzy Osbourne) con tripudio di immagini di Lemmy che scorrono sul maxischermo, poi ‘Baba ‘O Riley’ degli Who, medley tra ‘Five to One’ e ‘Break on through’ dei Doors in cui si mette particolarmente in mostra anche il tastierista Buck Johnson (già turnista degli Aerosmith e co-autore per Santana), quindi ’The Jack’ degli Ac/Dc dedicata a Malcolm Young. Ci sono i rispolveri dal repertorio di Alice Cooper (‘I’m Eighteen’ e ‘School’s out’) e degli Aerosmith (‘Combination’ e ‘Sweet Emotion’), mentre per sorprendere i palati più fini i vampiri hanno pescato con gran gusto due perle dal sapore sixties, targate Spirit e Love, di cui sono state reinterpretate rispettivamente ‘I got a line on you’ e ‘7 and 7 is’, il tutto ovviamente riarrangiato in chiave hard-rock dal direttore artistico della band, nonché terza chitarra sul palco, Tommy Henriksen (già chitarrista e collaboratore di Alice Cooper, ma che in passato ha lavorato tra gli altri anche con Lou Reed, Lady Gaga e Meat Loaf). Il momento più ripreso però è stato quello in cui Johnny Depp ha cantato (neanche malaccio) ‘Heroes’ di David Bowie. Al termine dello show Depp lancia plettri come coriandoli, Perry fa altrettanto e Cooper regala il suo bastone di scena, sembra di essere al Comicon, un’americanata kitsch quanto ci si aspetta e che probabilmente avrei vissuto con maggior gusto ed entusiasmo se non vedessi che nel mondo reale le chitarre si vendono sempre meno, i ragazzini ascoltano quasi tutti rap e trap e che le rock-band faticano a sopravvivere perchè il pubblico che si definisce “rock” non sa nemmeno che esistono, però poi si lamenta se i Maneskin diventano famosi grazie a X-Factor. Sarebbe stato uno spasso a tutti gli effetti, perché lo show è innegabilmente coinvolgente, se in cuor mio non temessi che di questo passo tra una decina d’anni, ma forse anche meno, il “rock” sarà diventato definitivamente materia di parodia e rievocazione nostalgica, tipo Jurassic Park però con le chitarre elettriche suonate da capelloni con le giacche di pelle.

Niccolò Matteucci

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