His Clancyness + Sin/Cos + Green Like July @ Circolo degli Artisti [Roma, 17/Ottobre/2013]

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Torna con il suo primo appuntamento La Tua Fottuta Musica Alternativa, serata giunta ormai alla quinta stagione che, un giovedì al mese, porta al Circolo degli Artisti cinque band italiane (ma non solo) su due palchi diversi al modico prezzo di 5 euro. L’occasione per ascoltare alcuni dei gruppi più interessanti del panorama musicale nostrano e di gustarsi scoperte interessanti. Rispetto al solito, l’affluenza di pubblico è in tono minore, probabilmente vista l’abbondanza di concerti che il giovedì romano ha voluto concedere (Mark Stewart, Indian Jewelry, Aborym e chi più ne ha più ne metta). Nota di colore la presenza di un attento Francesco Mandelli dei deprecabili “Soliti Idioti”. Arriviamo al locale di Via Casilina Vecchia in tempo per assistere alla seconda metà del concerto dei Libra, band romana di cui si sente parlare un gran bene. Le coordinate stilistiche del quartetto sono tutte nel trittico Radiohead-James Blake-The XX, con una educata dose di canzone d’autore a completare il tutto. Colpisce il cantato italiano, scelta che si dimostra azzeccata e coinvolgente e che, qualora ve lo steste chiedendo, non vede mai i Subsonica far capolino. L’esibizione ha mostrato una band affiatata, i cui brani hanno già una forma compiuta. Forse c’è da migliorare sulla resa live della componente elettronica, al fine di renderla meno impersonale e farne guadagnare in impatto, ma nel complesso i Libra meritano una promozione a pieni voti.

Finita l’esibizione del quartetto ci si sposta verso lo stage più piccolo, montato davanti al mixer centrale del locale (basta praticamente voltare le spalle al palco principale per essere già pronti). Old Fashioned Lover Boy, armato esclusivamente di chitarra acustica e microfono, inizia la sua esibizione. Il timido cantautore napoletano esegue alcuni dei brani tratti dall’EP di debutto ‘Home Recordings’, più che un titolo la dichiarazione d’intenti di un artista che ha scelto come percorso il folk lo-fi. Al di là dell’originalità o meno dei brani, il concerto in sé è stata indolente nonostante la media bontà delle composizioni, cantate in lingua inglese. Probabilmente ha inficiato sulla resa finale un contesto poco opportuno per assistere ad una tale proposta, la quale avrebbe meritato atmosfere molto più ovattate e meno andirivieni di persone dalla porta alle spalle dello stage. Ore 22.30 e sul main stage la prima delle due esibizioni principali della serata: i Green Like July. Forti di un ottimo album come ‘Build a Fire’, registrato nuovamente ad Omaha, in Nebraska, la band di Andrea Poggio si rende protagonista di un concerto piacevole, coinvolgente, dolcemente ritmato e curato nella resa dell’incredibile gamma di arrangiamenti che ha impreziosito il disco (in studio ad appannaggio del “prezzemolo” Enrico Gabrielli dei Calibro 35). Pop sopraffino e incredibilmente vario nel disegnare atmosfere ora più solari ora più dimesse, un gusto morbido nel rappresentare cartoline di mezzo mondo con armonie corali sempre calzanti ed esaltanti. Da ‘Agatha of Sicily’, degna dell’anima più cantautorale di John Grant se solo non si fosse rintanato in Islanda e avesse preferito il Mediterraneo, a ‘Moving To The City’, incalzante ed irresistibile nel suo incedere ammiccante, quasi smorfioso, su cui Andrea ha chiesto il contributo vocale del pubblico, timido ma presente. Poco più di mezz’ora di melodie godibili e di un chamber-pop ad ampio respiro che, attingendo da tradizioni e spartiti disparati, si mostra personale, originale, innegabilmente credibile, nonché ottimamente eseguito dal vivo. Applausi sentiti per una band di cui val la pena essere veramente orgogliosi.

La seconda ed ultima esibizione sul second stage spetta invece ai Sin/Cos. Cambiamo completamente coordinate stilistiche per il nuovo progetto del bolognese Maolo Torreggiani, che ricordiamo all’opera con i My Awesome Mixtape. Accompagnato da Vittorio Marchetti (Altre di B), con in dotazione di Mac, drum machine e samplers assortiti, Maolo è artefice di un hip-hop che guarda con curiosità all’elettronica inglese sviluppatasi negli ultimi anni (da Burial a Mount Kimbie), passando per l’electro-soul dei The Weeknd o di Jamie Woon. Un set d’impatto, fisico, forte di beat efficaci e di una prova vocale qualitativamente ispirata. Da approfondire. Dulcis in fundo, sul palco principale, gli His Clancyness di Jonathan Clancy, canadese girovago ormai da tempo di stanza a Bologna, già nei Settlefish e frontman degli A Classic Education, reduce dalla pubblicazione di ‘Vicious’, esordio sui generis per FatCat Records realizzato in quel di Detroit. Un intero mappamondo che si riserva musicalmente nel secondo album di quello che, da progetto personalissimo, sta pian piano diventando una band a tutti gli effetti. Sullo sfondo uno scatto che rievoca paesaggi dell’America post-industriale, ad accompagnare il canadese la tastierista Giulia Mazza, la bassista Emanuela Drei e il batterista Jacopo Borazzo. Il set degli His Clancyness (protagonisti anche di un bis invocato con piacere dai presenti e appena “arruolati” all’ATP) mostra con sapienza tutti i pregi di ‘Vicious’, gran bell’album in cui shoegaze, folk americano, synth di krautiana memoria, post-punk e il fantasma dei Velvet Underground contribuiscono a creare un mosaico sonoro affascinante e sopra le righe. Brani che sanno di miracoloso per come riescono in modo personale a dar vita ad un tale patchwork di influenze e che rappresentano sicuramente l’apice compositivo mai raggiunto da Jonathan Clancy, la cui capacità vocale è altresì innegabile, soprattutto in sede live. Con umiltà, senza fronzoli, i quattro lanciano le diverse frecce a disposizione dell’arco His Clancyness e convincono con un’esibizione invidiabile, sicura, ben costruita, che farebbe gola a molte new sensations osannate in Italia solo perché di Portland, Oregon e non di Casalpusterlengo, Lombardia. In fondo, le storie italiane di Green Like July e His Clancyness, accomunate dalla realizzazione oltreoceano di album capaci di presentarsi in maniera credibile davanti alla filiera musicale estera, sono più semplici di quanto si voglia far credere e non c’è bisogno di scomodare la retorica dei cervelli in fuga: è “bastato” comporre brani di alta qualità, produrli con serietà e senza approssimazione e portarli in giro con sacrificio e passione. Storie di cui si sente ancora bisogno. Perché purtroppo a tale onesta “semplicità” siamo sempre meno avvezzi.

Livio Ghilardi