High Places + The Filmakers @ Amigdala Theatre [Trezzo sull’Adda, 22/Aprile/2010]

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Il timido due indie di Brooklyn è sbarcato anche qui in Italia dopo aver suonato a fianco di importanti band della scena sperimentale e psychedelic-pop americana. Il fatto che siano stati prodotti dalla Thrill Jockey, stessa etichetta di Nobukazu Takemura, Tortoise, Mouse On Mars, Tom Verlaine, Howe Gelb/Giant Sand e che abbiano collaborato con i Xiu Xiu, la dice lunga sulle loro capacità artistiche. Una sperimentazione, la loro, nevrotica, ossessiva e in continuo divenire di suoni che in circa due anni gli ha consentito di sfornare tre album di cui uno è una raccolta di pezzi remixati e inediti. In questo tour ci presentano l’ultima fatica ‘High Places vs. Mankind’ registrato in casa, nel loro appartamento di New York, utilizzando anche campioni di oggetti qualunque presenti nella loro vita quotidiana e che si contraddistingue rispetto al primo ed omonimo album per le sonorità più tribali, elettro-noise ed in alcuni casi rock.

Arrivo un po’ in ritardo all’appuntamento. Sul palco, ci sono già gli ottimi The Filmakers di Luca Solbiati (ex frontman dei Zeropositivo), che si stanno facendo apprezzare anche in radio dopo l’uscita del loro primo album ‘ChemicalLoveCrush’. Una band brillante che esegue tutti i pezzi senza alcuna sbavatura e perfettamente a “click”: suona un discreto alternative rock condito da “visioni”, filmati sparati sulle due immense pareti dell’Amigdala da sei proiettori. Notevoli i video che rientrano in un loro progetto internazionale più ampio grazie al tastierista e produttore olandese RnO.

Verso le 23 salgono sul palco gli High Places. Alcune persone vanno via; il pubblico si dimezza. Probabilmente molti erano amici dei The Filmakers. Peccato perché l’impatto sonoro degli High Places è decisamente piacevole. Cominciano quasi in punta di piedi, un po’ “ingessati” nei movimenti. Crescono piano piano, senza eccessi anche per la scarsa partecipazione del pubblico. Rob Barber si alterna alla batteria elettronica e alle chitarre accompagnando la dolce ed incantevole Mary Pearson che ci ammalia con la sua voce a tratti pop e a tratti lirica specie in ‘The Longest Shadows’. Suonano un’ora abbondante senza interruzioni e senza scambiare alcuna parola col pubblico. Questo è stato l’unico loro limite. Una conseguenza forse per chi è abituato a suonare la maggior parte del tempo nella propria cameretta tanto da registrarci persino un album. Avremmo desiderato una maggiore partecipazione almeno da parte loro.

Andrea Rocca