Heymoonshaker @ Monk [Roma, 7/Novembre/2015]

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In principio era la luce. La batteria di fari strobo puntati a tutta forza contro il pubblico è stato l’epilettico esordio di un concerto che, di giochi pirotecnici, ne ha riservati parecchi. Siamo al Monk, in un sabato sera piuttosto anonimo e sonnacchioso, ma che vedrà un insperato guizzo nell’esibizione del duo che risponde al nome di Heymoonshaker. Una coppia insolita, quella inglese: “This is the fucking first album of beatbox blues, guys!” avrà a dire Dave Crowe per definire un po’ le coordinate del progetto. Al di là della spacconeria, c’è del vero in quel che dice. I due si presentano su un palco spoglio e nudo come la notte: due microfoni e una chitarra è tutto ciò che serve. Se vi sembra poco, andateli a sentire. Gli Heymoonshaker suonano blues. Ma il punto è: 1. Lo suonano da paura; 2. Superata la curiosità/diffidenza iniziale, l’uso della beatbox si rivela un colpo da maestro. Soprattutto se il maestro in questione è un tale Dave Crowe che, senza girarci intorno, è un’autentica grancassa umana. Ma non solo: a seconda dei tempi, dei modi, delle vibrazioni che infonde a quel prolungamento di faringe e ugola che è il microfono, quella grancassa diventa un cannone di Navarone, una campana tubolare, un’avventura cyberpunk con Legs Weaver che ti strizza l’occhio prima di stenderti con un fendente. Il dualismo musicista-showman è confermato dalla presenza di un sipario tutto per sé per Crowe (e medesima cosa per il degno compare a voce e chitarra), che gioca a fare il Marcel Marceau mentre con la voce gonfia, sgonfia, smembra e disamina l’invisibile. Stanco di tutto questo, il bello è che il blues lo ritrovi grazie ad Andy Balcon, buon chitarrista ma soprattutto voce profonda, graffiante e accorata, come tradizione vuole. Due talenti che, con un po’ di furbizia e mestiere, hanno trovato la quadratura del cerchio unendo le forze e proponendo questa versione alternativa e trascinante di un genere vecchio come l’uomo. Tanti giovanissimi tra il pubblico, con qualche coretto che scappa che neanche i Fab Four. Se la formula alla lunga può stancare, ecco che ci pensa Crowe con piglio da cabarettista navigato a mantenere alta l’attenzione. Sono bravi e si vede che lo sanno, con quel fare un po’ spaccone e guascone con cui circuiscono i presenti. Ma alla fine ci sta, fa parte del gioco ed è una scelta che premia e che fa impressione sui presenti e li diverte. Suonano tutto o quasi tutto ‘Noir’, l’ultimo disco, per un’ora e mezza di show (qui è proprio il caso di usare questa parola) che non annoia e non stanca, anzi colpisce. Certo, l’idea del b-box blues potrebbe mostrare la corda prima o poi, ma è anche vero che concede loro notevoli possibilità e variazioni espressive e ritmiche sulla tavolozza. Sorprendenti. Avanti tutta.

Eugenio Zazzara

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