Herbie Hancock & Wayne Shorter @ Auditorium [Roma, 26/Luglio/2014]

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Come tante, troppe volte in quest’estate balorda, anche oggi Giove Pluvio ha previsto una trama ricca di suspense, che ha tenuto questo come tutti gli altri eventi che scommettono sulla bella stagione sul forse. Fortunatamente, dopo il solito risciacquo di metà giornata e l’altrettanto solito cappone di umidità del tardo pomeriggio, la sera è arrivata limpida e fresca. E meno male, perché con due nomi di questo calibro l’annullamento avrebbe decisamente fatto rima con “rosicamento”. Dopo grandi figure come Massive Attack, Keith Jarrett, Kraftwerk, Damon Albarn e Buena Vista Social Club, la rinomata rassegna Luglio Suona Bene in quel della Cavea dell’Auditorium gioca il sette e mezzo con la matta: un ricco benvenuto a Herbie Hancock e Wayne Shorter, insieme ancora una volta. Il sopransassofononista l’avevo già visto quasi esattamente un anno fa, il 21 luglio sempre qui, con la sua band, in un concerto che mi aveva suscitato qualche interrogativo sul suo attuale stato di forma. Hancock è invece una prima assoluta per il sottoscritto, e quindi la curiosità è notevolmente maggiore. Ho sempre trovato affascinante l’umanità che si assiepa all’Auditorium in occasione di questi eventi. Gente in tirissimo e altri in tenuta più che casual che la cornice della Cavea tende a livellare in un’aurea et clara mediocritas. Mentre il formicolio umano va pian piano attenuandosi, sulla colorata locandina di Luglio Suona Bene le luci diventano soffuse. Piccoli movimenti dietro le quinte del palco galvanizzano l’applauso e accolgono i due giganti di questa sera. Entrano alla chetichella, molto discretamente. Hancock è un fusto, impeccabile ed elegantissimo; Shorter è più informale, con la stessa camicia che indossava l’anno scorso. I due si portano sette anni, con Shorter che compirà 81 anni il prossimo 25 agosto: già averli entrambi qui davanti nel 2014 è qualcosa di grandioso. Mi aspettavo di trovare anche una band di supporto, e invece ci sono solo loro, a tu per tu: l’ex-Weather Report con il suo consueto sgabello e Hancock che fa da perno tra il pianoforte a coda e il piano elettrico. C’è anche un portatile accanto al piano, la cui utilità rimarrà ignota ai più, visto che Hancock si limiterà a digitare qualcosa all’inizio del concerto e poi più nulla.

E adesso arriva il bello: come descrivere un concerto del genere? Magari prendere i commenti più o meno condivisibili di alcuni tizi dietro di me può essere un buono spunto: “Hanno totalmente abdicato il jazz, questa è musica sperimentale”. Ni. Chiaramente è ingenuo e nostalgico aspettarsi la riproposizione di temi classici da parte di due musicisti con una carriera del genere e senza più nulla da dimostrare. Però certi “vizi” sono duri a morire, e capirete fra poco il perché. Hancock si incarica di definire la struttura armonica dei brani e di sostenere l’impalcatura complessiva delle composizioni, con Shorter che aggiunge le sue pennellate, ora sporadiche ora più fitte, alla tela, in maniera totalmente libera. Lui sembra che si trovi più a suo agio da solo col vecchio sodale pianista, piuttosto che in un contesto strumentale più esteso, e risulta più incisivo nelle sue incursioni. Ed è, tra i due, quello sicuramente più teatrale e anche, a tratti, divertente. Intanto, non ho potuto fare a meno di notare che, entrato in scena e sedutosi sullo sgabello, il suo primo gesto è stato quello di guardare l’orologio. Poi, le caratteristiche del suo strumento lo portano naturalmente ad assumere pose più plastiche e a essere piuttosto schietto nelle reazioni. Alla fine di una bella frase ma conclusasi con una nota loffia e quasi soffocata, si dà una sonora pacca di stizza sulla gamba. E avrà il suo bel da fare con il sax soprano, che lo porterà ad armeggiare più e più volte con le meccaniche, che evidentemente stasera fanno i capricci. Si avvicinerà anche autoironicamente al microfono nel farlo, oltre a fischiettarci dentro. Hancock, di contro, è compostissimo e molto professionale, ed è il vero cuore pulsante dell’esibizione: accumula grappoli di note, dissona, sincopa e trova bei temi, con alcuni che si estinguono in un battito d’ali e altri che arrivano a godere di numerosi secondi di respiro. Suonerà molto più spesso (e con molta più soddisfazione, e si sente) il pianoforte che non il piano elettrico. Ed è curioso vederlo ticchettare e palpare quella tastiera digitale, alla ricerca del suono migliore, quasi la stesse provando per la prima volta in quel momento. Molto meglio al pianoforte anche per un altro motivo: mi viene da dire che Hancock non sia mai uscito da certe sonorità fine anni ’70-anni ’80, con alcuni suoni che risultano persino pacchiani. Il caro vecchio jazz, nel corso dell’esibizione, si lascia assaporare nella proposizione dei temi al principio e al termine dei brani, quali punti quasi unici di appiglio per una performance che sarà risultata ostica a buona parte delle orecchie all’ascolto. Ostica ma non noiosa, per quanto mi riguarda: un’ora e mezza circa di live che è scivolata via naturalmente, senza intoppi o momenti di tedio. Vedi quei due ed è umano sperare, in cuor proprio, di ascoltare qualcosa di ‘Chameleon’ o ‘Juju’, si capisce. Ma è sempre scrosciante l’applauso che li avvolge al termine della prima e unica encore che regalano. Storici.

Eugenio Zazzara