Herbie Hancock @ Auditorium [Roma, 1/Luglio/2010]

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Avrà pure settant’anni Herbie Hancock, ma sul palco non li dimostra affatto. Sorride, scherza con il pubblico e con la band. Saltella divertito con l’immancabile bianca tastiera a tracolla. Tribuna e platea sono in delirio, lo acclamano e seguono il ritmo con le mani. La cavea è un caleidoscopio di emozioni. Nel live dell’Auditorium Parco della Musica l’artista di Chicago ha presentato il suo ultimo lavoro, ‘The Imagine Project’, un CD di collaborazioni, nato dalla riflessione di unire le persone attraverso la musica – l’omaggio a John Lennon non è puramente casuale. I brani sono stati registrati, per lo più, nei luoghi d’origine dei musicisti e incarnano lo spirito, i suoni, i colori, la vita di ogni posto. Un mondo senza confini in 10 canzoni. Ad affiancare il pianista/tastierista, una line-up di degno rispetto: Vinnie Colaiuta (batteria), Tal Wilkenfeld (basso), Lionel Loueke (chitarra), Greg Phillinganes (tastiere) e Kristina Train (voce e violino).

La serata si apre con due brani funky che animano e riscaldano completamente la già calda atmosfera. Hancock, seduto, si dimena tra il piano e la tastiera di fianco, poi, ispirato, si alza, imbraccia la sua caratteristica tastiera portatile e cerca uno spiritoso dialogo, un botta e risposta magistrale con Loueke e la giovanissima Wilkenfeld. È, in seguito, la volta di brani più pop, più intimi tratti da ‘The River’, l’album scritto in omaggio alla cantautrice canadese Joni Mitchell. Segue un medley di brani più fusion, fino ad arrivare alla famosa ‘Watermelon Man’. Termina la prima ora di concerto. Hancock guarda spesso l’orologio, sembra puntuale e preciso nella scansione del tempo scenico. La seconda ora viene dedicata alla promozione del nuovo album. Si inizia con una cover di ‘Imagine’ che parte soft per divenire un ritmato brano africano, con la profonda voce off di Oumou Sangare, cantante del Mali che si è spesso battuta per i diritti delle donne. Il canto di Train si concede piroette con ‘Don’t Give Up’. Un altro brano ‘Tamatant Tilay/Exodus’, con un Bob Marley unito ad uno dei brani più ballabili e preziosi dell’ultimo disco. C’è spazio anche per una cover di Bob Dylan (sempre contenuta nel progetto), ‘The Times, They Are A’ Changin’, quasi un inno al cambiamento e alla rivolta: i tempi sembrano maturi. Un tripudio di applausi accompagna l’uscita di scena del sestetto, che non si fa attendere troppo per il rituale rientro sul palco. L’ultimo saluto è la camaleontica ‘Chameleon’. Non poteva finire diversamente e il pubblico, ormai quasi completamente riversato ai piedi del palco, balla soddisfatto fino all’ultima nota dei dieci minuti di questo accattivante e sanguigno funk.

Lina Rignanese

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