Health + Japandroids @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Maggio/2010]

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Poco più di tre anni per affermare la propria fama/e. Lo stretto necessario per arrivare in Europa come headliner e partecipare ai festival più “in” per antonomasia. Il tempo giusto per far gridare ad un nuovo miracolo californiano. In tempi di magra, non del tutto bui, forse di rinascita per lo stato della costa Ovest, da tempo surclassato dalle stregonerie provenienti dall’Oregon, dalla genìa tramandata nel prolifico Texas, dal “regime” senza precedenti instaurato dai cugini canadesi. Ma di americano nel sangue, gli Health da Los Angeles, non hanno poi tantissimo, se è vero che uno si chiama Duszik, un altro Famiglietti, un altro ancora Jupiter Keyes. 3/4 di musicisti mezzosangue. Da qui, forse, si comprende la forte creatività che ha permesso ai nostri di imporsi con due album e altrettanti dischi di remix. Quelli più cool vi diranno che qui superiamo le barriere del noise. Tutti in attesa di colonizzare nuovi territori. Di salutare nuove frontiere. Quelli più cool vi parleranno di correlazione (forte) con i No Age. Coetanei, concittadini, co-autori di un sound simile per estrazione e vocazione. Liberarsi la testa dalle derivazioni la parola d’ordine di questa sera.

Dei Japandroids su queste pagine avevamo parlato per la prima volta il 2 aprile 2009. Più di un anno fa. Fatevi due conti. Qualche merito ogni tanto è giusto prenderselo. Brian King e David Prowse, ex studenti di antropologia all’Università di Victoria (guarda caso come i texani …And You Will Know Us By The Trail Of Dead), siamo in Canada ovviamente. Il merito del duo – oltre quello di avere optato per un nome della Madonna (creato dalla crasi di scelte personali come Japanese Scream e Pleasure Droids) – risiede nell’aver stimolato, solleticato, se non addirittura (ri)svegliato le voglie di riverberi e muri di fuzzy guitar, mai sopite nell’anima delle nuove generazioni soniche in Converse e pantaloni a tubo comprati da H&M. Il tutto con quell’aria ingenuamente del cazzo da prima pagina. Loro malgrado, certo, ma anche furbamente decisa davanti allo specchio e dietro un mixer di studio. ‘Post-Nothing’ è stato disco “elevato”. Piacevole come un tamarindo ghiacciato in piena canicola ferragostana. Tracimante la curiosità nell’immaginarli live. Il recente ‘No Singles’ (brani della produzione “extended” passata) un’operazione commerciale della Polyvinyl in cerca del ferro caldo da battere prima di eventuali eclissi artistiche.

Alle 22 in punto la sala è ancora poco gremita. E le convinzioni sulla bontà del duo canadese diventano da probabili a certe. Un manuale destinato a tutti quelli che recentemente hanno deciso di proporsi in coppia (musicale) di fatto. Altro livello. Scenico e sonico. Da prendere a esempio per imparare la lezione. Che ha le sue fondamenta nell’alternative anni ’90, post-nirvaniani, velatamente (ma non troppo) weezeriani (quelli di un giovane Rivers Cuomo), sicuramente cresciuti col “rumore” poco bianco e molto grezzo, melodicamente vicini ai colleghi antropologi texani (vedi sopra). Un ventilatore laterale rende ancor più suggestive le movenze di Brian King e della fiammante chitarra purosangue. Alle spalle un piccolo muro di amplificatori. Alla sua sinistra la batteria del compare David. Le voci si alternano, si supportano. Ma a colpire è l’impatto devastante che in un’ora precisa lancia in orbita una manciata di brani fantastici. La musica deve essere anche “fisica”. Quella dei Japandroids è fottutamente fisica, affascinante e figlia di un orgasmo liberatorio. King è indiavolato, ma non manca di ringraziare, ricordardando la provenienza nordamericana e la prima volta a Roma. Senza un attimo di pausa. Era tanto che non mi ritrovavo aggrappato alla transenna ad assorbire questa brezza vigorosa. Un anno fa non mi sbagliavo. Un anno dopo sorrido inebetito. I Japandroids spaccano semplicemente il culo. (guarda video)

Poco dopo le 23 è la volta dei quattro Health. La musica cambia. Il discorso da fare è molto diverso. Gruppo vistosamente “costruito”, volutamente irritante, decisamente poco credibili le dissonanze presentate. (guarda video). Un batterista di estrazione metalcore, un chitarrista con ignobile cappellino da baseball, un bassista muscoloso quanto infoiato e un non bene precisato chitarrista (centrale) che ondeggia per tutto il tempo a dimenare la sua lunga chioma senza procurare qualcosa di musicalmente concreto. Pratica odiosa e ormai disgustosa, poi, quella del continuo avvicendarsi alle percussioni. Tutti percuotono il “tamburo”, poi di corsa a percuotere i piatti del batterista, a questo punto è ora di finirla. L’inizio è davvero mediocre, confusionario, annebiato dai fumi di scena e da un campionario di effetti da catalogo pubblicitario. Poi verso metà del set qualche brano più “dritto” riesce a destare attenzione. Schegge di riverberi, rumore sperimentale (?), sgusciante, elettrizzante, schizzato. Abbandono per manifesta antipatia. Ma state tranquilli lo stargate del noise è ancora difficile da scorgere. Nessun confine varcato, nessuna frontiera violata, nessun nuovo orizzonte abbracciato.

Emanuele Tamagnini