Hardy & The Hardknocks – ‘Drownin on a Mountaintop’

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Un nome che mi era rimasto in testa, letto chissà dove, all’epoca dell’uscita del primo omonimo EP, quello con in copertina quel ragnaccio che al posto delle zampe ha solo bombe. Dead Confederate da Augusta, Georgia, sud degli Stati Uniti. Un nome bellissimo – “sounded like we did; a bit dark, a bit militant, a bit southern” – a sancire la fine di un’esperienza pseudo-collegiale a nome The Redbelly Band, ma soprattutto l’inizio di una nuova storia direttamente scritta da Gary Gersh della Capitol (un signore che ancora oggi lo potete sentire vantarsi di aver fatto mettere nero su bianco a casa Geffen gente come Nirvana e Sonic Youth) che li convoglia nella nuova etichetta TAO. Qualche mese dopo tra le vie della splendida Stoccolma mi sono imbattuto in un delizioso negozio di dischi, ordinato, pulito, con un paio di commessi gentilissimi, vera manna per nostalgici del negozietto che fu. Scartabellando giulivo alla lettera “D” ecco spuntar fuori quel cazzo di ragno e subito dopo il debutto lungo ‘Wrecking Ball’. A scatola chiusa la spesa fu fatta. Uno dei pochissimi esempi nel nuovo millennio di fusione miracolosa tra abrasioni nirvaniane e psichedelia sognante, suono potente, al limite del noise ragionato, straordinaria dimostrazione di talento. L’unicità di una provenienza, il Sud paludoso appunto e tutta la sua cultura musicale alle spalle, e quell’occhio costantemente strizzato verso la Seattle che non c’è più. Ancora un’estate, questa volta quella del 2010 ed ecco arrivare il secondo album ‘Sugar’ (prodotto da John Agnello) che non sposta di una virgola la bontà di un quartetto colpevolmente ancora dimenticato in un angolo. Pensate ai My Morning Jacket invischiati nella notte pinkfloydiana con alla porta Black Francis e Josh Homme. E siamo ai giorni recenti. Anticipato dall’EP ‘Peyote People’ e da alcuni progetti paralleli nell’aprile 2013 ecco arrivare il terzo commovente ‘In The Marrow’. Album splendido che non mi fa pentire di essermi avvicinato a loro in quella cristallina estate scandinava di qualche anno fa. Spettacolo puro.

E siamo al fantastico cantante T. Hardy Morris protagonista assoluto di questa “choice”. Oltre a cavalcare felice nel progetto Diamond Rugs – in cui troviamo Ian Saint Pé dei Black Lips, John McCauley e Robbie Crowell dei Deer Tick, Steve Berlin dei Los Lobos e Bryan Dufresne dei Six Fingers Satellite, autori di un debutto omonimo uscito nel 2012 e del secondo ‘Cosmetics’ pubblicato a febbraio del 2015 – nel 2013 debutta solista con ‘Audition Tapes’ e due anni dopo eccolo tornare con gli Hardknocks (Vaughan Lamb, Nick Sterchi e Matt Stoessel). Il disco è stato registrato negli studi Chase Park di Athens con i produttori Adam Landry e Justin Collins. Il fantasma di Neil Young si fonde alla meraviglia con il garage-rock tinto di seventies (quanto sono stati grandi i Mott The Hoople? Qui forse troverete una risposta). Un disco raro. D’amore e tradizione. Denso. Densissimo. Vero. Che entra diritto nella Top 5 dell’anno. Mentre T. Hardy Morris continua a ripetere che “love is a language with no subtitles”. (ET)

Dangerbird Records

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