Hanin Elias + Ex-Girl + Motorama @ La Palma [Roma, 20/Aprile/2003]

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Presentata dalla Hup!, la serata Ladyparty, in cui si esibiscono solo le signorine, si è dimostrato un evento imperdibile: ad aprire la fase “aperitivo” le sonorizzazioni riottose di dj Lepton e dj Lavy, e quindi adrenalina garage punk con le Motorama, in formazione ridotta a due (perché?). Le giovani grrrl romane, insieme dal 1996, ora in tour per promuovere il loro primo vero album ‘No Bass Fidelity’, registrato da quel mattacchione di Bugo e uscito il mese passato per la indie label Bar La Muerte, dimostrano un mood robusto, essenziale e sbilanciato, quello che ci si aspetta da una guitar band aggressiva e priva, per scelta, del groove bassistico. Alle loro spalle le conturbanti proiezioni di Candida TV, tra le quali, particolarmente emblematica, la ripresa di una vera installazione rotante alla cui sommità è fissata un’inquietante barbie-manticora, testa di donna e corpo di diplodoco. Mentre le Motorama chiudono il set con una cover dei Devo, vengono distribuiti ai presenti (più uomini che donne, in verità), delle “calendarie” mestruali e fanzine (credo) femministe.

Ed ecco le Ex-Girl, le vere star della serata: premetto che non ho mai visto tanto entusiasmo nel pubblico della Palma come per queste tre eccentriche giapponesi prodotte da quel genio di Mike Patton: la loro premeditata capacità di stupire e divertire, circense ma indiscutibilmente gustosa, ha fatto breccia nel cuore di tutti. Installano un mega-Godzillone dietro la batteria, con tanto di zampe di peluche poste ai lati della cassa, fanno precedere lo show dal teatrino esilarante di un comico giapponese (mr. Samurai Qualcosa) che mima una sparatoria spaghetti-western ed il t-rex di Jurassic Park, e loro stesse si presentano agghindate con shockanti costumi tra la pop-art e il carnevale di Rio, inscenando delle coreografie demenzialmente nippon. La folla è già in delirio. Dismessi i troppi orpelli e indossata una mise più comodamente retrofuturista, dopo averci avvertito di provenire dal lontano pianeta Kero Kero (onomatopeico per “crà crà”, il verso del batrace), cominciano a suonare. E io rompo ogni indugio: ma quale garage punk! Non è certo facile qualificare la complessa struttura avant-rock delle partiture che rimanda, tanto ad una innovazione di tipo zappiano quanto agli stessi Fantomas, per non parlare dell’uso assai accademico che viene fatto delle voci, costantemente in canto corale armonico (basti pensare alla “special song” dedicata al pubblico romana, una cover a cappella, molto difficile e tecnica, di “una zebra a pois”) e con aperture verso il lirismo, ma la dicitura “garage punk” è davvero fuorviante; io direi che si tratta piuttosto di una forma di intrattenimento altamente tecnologizzata e tecnicamente troppo raffinata per aderire sia al concetto di garage (che esclude la tecnologia in favore di un approccio artigianale agli strumenti) che di punk (che esclude, radicalmente, l’accademia). Piuttosto, se non rischiassi di far accapponare la pelle a qualche riottoso, parlerei abbastanza serenamente di progressive. I contenuti musicali delle eroine del pianeta Kero Kero sono ottimi, ma temo che il grande riscontro di pubblico sia dovuto non tanto alla musica, quanto alle manga-scenografie-coreografie nipponiche… quel tipo di entusiasmo che deve aspettarsi Roy Paci andando a suonare a Tokio delle marce funebri sicule abbigliato con gilet scoppoletta e lupara, accompagnato da un’orchestra di mandolini, con una foto del vesuvio sulle spalle e una forchettata di spaghetti in bocca. Curiosità: anche le Ex-Girl, come le Motorama hanno fatto con i Devo, hanno in scaletta una cover: si tratta di ‘Pop-Muzik’, storico singolo new-wave degli “M”.

E’ ora si può smontare il Godzillone e gli ammennicoli ranomorfi: atmosfere più opprimenti devono accogliere miss Hanin Elias, membro degli Atari Teenage Riot (con Alec Empire, ed il defunto Carl Crack, la più significativa esperienza europea di hardcore digitale, radicale ed eversiva), ad un mese dall’uscita del nuovo lavoro solista (‘No Game No Fun’). La prima cosa che noto quande sale sul palco è la sua carica sessuale abnorme; nonostante il tarchiato corpicino non sia proprio quello di una modella – decisamente deludente delle aspettative alimentate dal comunicato stampa – trasmette una energia erotica vibrante. Mi spiego meglio: spesso si assiste ai concerti come se si guardasse le TV, come se gli artisti non fossero là ad un metro, ma indefinibilmente distanti nello spazio e nel tempo; quando la signorina Hanin Elias è salita sul palco ho avuto invece la sensazione della concretezza attuale della sua presenza. Canta un brano, e subito si spazientisce: fa cenno al suo laptop man di fermare la musica, lamentando il volume troppo basso dell’impianto. La scenetta si è protratta parecchio e, devo dirlo, è stata imbarazzante, finché miss peperino non è andata dal fonico a dirgliene quattro, salvo tornare sconfitta e proclamare: “Questo è il massimo volume del Ladyparty. Non verrò mai più a suonare qui”. Un genio tra la folla individua il problema: “ahò! quà stamo a Roma”. E’ vero. La musica riprende, lei canta off-stage, cerca in vario modo di ricaptare la tensione smorzata, lancia pins e monete e banconote (slurp) al pubblico, si bagna i capelli con la minerale, cerca di far salire qualche coraggioso sul palco, ma è uno sforzo inane; urtata perché non ha trovato nel pubblico romano, da sempre considerato “freddo”, ma io direi piuttosto attento e critico, una adeguata quantità di disagio giovanile da veicolare, appare delusa ed effettivamente ferita. Inevitabile il parallelo, a questo punto, con l’amico Alec Empire, venuto a trovarci quest’estate sul palco di Enzimi; laddove quest’ultimo ha privilegiato un taglio harcore-gabber furioso ed oltranzista, che ha tentato, fino all’emicrania collettiva, di coordinare il laptop ipercinetico con una batteria anemica e una rancida chitarra, Hanin si muove su un industrial che sfuma a tratti in un trip-hop trasfigurato dal noise. C’è qualcosa di più vero in lei che non nel fantoccio spara-pose di Alec, tant’è che riesce non solo umanamente e musicalmente più sostenibile, ma persino “simpatica” nel senso etimologico. Calato il sipario, va a mangiarsi un meritato panino, mentre la dj olandese Solex chiude la ricchissima serata con un dj-set poliedrico, che apre con la new-wave ed attraversa tutti i generi. Un Ladyparty da ripetere assolutamente.

Alessandro Bonanni

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