Grinderman @ Atlantico Live [Roma, 7/Ottobre/2010]

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Tanta è la curiosità di assistere alla versione “lite” della corte del re inchiostro, ponderando il fatto che, da più parti, i lavori dei Grinderman siano descritti come un ritorno alle origini di Nick Cave. E, seppur i Bad Seeds non abbiano mai fatto un album meno che dignitoso, tra il compassato padre di famiglia che tutte le mattina si reca in ufficio, segretaria al seguito, per scrivere la canzone d’amore perfetta e l’eroinomane invasato di stanza a Berlino che prende a calci nello stomaco i fan più esagitati, le mie preferenze vanno tutte al secondo. 21.30 puntuali, l’ingresso è guidato dal barbuto e Robinsoncrouseggiante Ellis, che si piazza alla sinistra del palco per destreggiarsi tra chitarre elettriche, violini e percussioni, subito seguito dai Rosencrantz e Guildenstern della ritmica, Martyn Casey al basso e Jim Sclavunos alla batteria. Un Korg, campeggia minaccioso al centro. Entrata in scena da consumato primo attore per l’australiano che, in elegante abito scuro, sale alla luce di riflettori guardando fisso davanti a sé e salutando il pubblico con un distratto cenno, imbraccia la sei corde e da fuoco alle polveri con la virulenta ‘Mickey Mouse and The Goodbye Man’, opening track del nuovo full lenght e summa dell’essenza migliore degli uomini della macina. Lo sferragliare aggressivo di tamburi, un basso gonfio e saturo di distorsioni, le rasoiate noise in odor di zolfo del membro dei Dirty Three. Un giro di accordi che magari avremmo sentito milioni di volte, che non può non richiamare alla mente i soliti noti Stooges o Troggs, ma quando viene suonato da  chi ha la più pura stoffa del rock’n’roll, non può proprio lasciare indifferenti e fermi sul posto-no, no. Figuriamoci quando a riproporlo è un fuori classe mannaro come Nick Cave, che concentra su di sé l’attenzione dei presenti, grattugia come un ossesso, declama le vicende dei due fratelli licantropi, interrompendole con ululati sinistri ed anfetaminici che scatenano il delirio delle prime file.

Alla fine del pezzo, l‘una volta ragazzo della porta accanto, ci spiega come ieri sera a Milano una chitarra gli sia caduta su piede (…) causandogli un gonfiore all’alluce (…) che gli impedisce di muoversi a dovere. Non immaginiamo a cosa possano aver assistito i meneghini colleghi pajata aficionados, visto che nella successiva ‘Worm Tamer’, non è che il nostro si risparmi più di tanto, zompettando con una gamba sola di qua e di là del palcoscenico e contrapponendo note cupe e metalliche agli effetti ad organo di Ellis. Si continua con ‘Get It On’ dal primo lavoro, diabolica chiamata a messa per quella celebrazione pagana di ‘Heathen Child’. Sottile tappeto di batteria, bordate di basso, riff maligni e soprattutto Cave, che liberatosi della chitarra, si contorce, salta, provoca il pubblico, aggredisce il Korg, finendo per suonarlo con le ginocchia. Jerry Lewis incontra i Brain Donor. Dopo aver infilato quattro pezzi da fuori classe, il combo rallenta con ‘Palaces of Montezuma’, sorta di B-side dei “semi cattivi”. Non una brutta canzone, ma la maniera, con quei coretti che sostengono il declamarsi delle liriche e quel ritornello che arriva un tantino stanco, si affaccia pericolosamente. Sono i Grinderman meno interessanti, che riescono comunque ad infilare un po’ di pepe dedicando il pezzo ad una certa Fracesca. Bel colpo Nick, queste bagascette bisogna sempre oliarle un poco prima di fiondarsele nel backstage! Ahr Ahr. Ed immaginiamo che la sordida ‘Evil’ sia per quando le farei fare conoscenza dei tuoi amici rasoio e benzina. Ari Harh Ahr. Si continua quindi alternando pezzi dal nuovo album – un’ubriaca ‘When My Baby Comes’, una sorprendentemente fragile ‘What I Know’, solo voce e chitarra acustica che un fagianotto pensa bene di rovinare gridando ai quattro venti che “il concerto sarebbe pure gajardo, ma non si capisce un cacchio”, e certo con te che ci strilli nell’orecchio, una scarna e blueseggiante ‘Kitchenette’ – dediche ad altre groupies di noiantri (Enrica) e due gioiellini da ‘Grinderman’, una ‘Honey Bee (Let’s Fly to Mars)’ elettrica e martellante, con Cave che, piegato sul pubblico, lo riempe di saliva quanto recita ossessivo “bzzz bzzz” e soprattutto una ‘No Pussy Blues’, per quella folla estenuata di nerds solitari (io) che non conoscono né francesche né enriche, ma come, ci viene mimato mentre il pezzo monta minaccioso, le provano tutte, dallo sciorinare Yeats, ai fiori, dal chiamarle tesoro, al saltarle addosso con un litro di cognac nel corpo, per ricevere inevitabile il duo di picche. Non rimane che l’urlo finale “NOPUSSYBLUESNOPUSSYBLUESNOPUSSYBLUES”, sostenuto dal deflagare degli strumenti, magra consolazione alla frustrazione dell’orgasmo negato.

Apertura dei bis affidata ad una ‘Man In The Moon’, che soffre degli stessi difetti di ‘Palaces of Montezuma’. Ma ci si riprende subito con una ‘Love Bomb’ da far ballare pure i morti, con il suo incidere garage anni ’90. Finale affidata alla luciferina ‘Grinderman’, manifesto del gruppo, con Nick Cave illuminato di viva luce rossa ed i suoi sodali immersi in malate e paludose tonalità verdastre, mentre il monicker del gruppo campeggia in caratteri gotici sullo sfondo. Sette giorni su sette alla macina, con la pazzia che si diffonde sul gorgheggiare di quel lancinante giro semplice semplice, che scava tormentato nel cervello. Probabilmente i Grinderman non scriveranno la storia della musica, e potremmo passare ore a chiederci se il manipolo di bastardi senza gloria che accompagna sua maestà fosse stato diverso (tipo con Barry Adamson al basso), ma hanno il pregio di essere vivi e grintosi, come nel periodo d’oro di ‘Live Seeds’. Un’ora e mezza scarsa, ma l’intensità e la qualità dimostrate, malgrado l’acustica non proprio impeccabile dell’Atlantico, non hanno prezzo. Specie se hai l’accredito.

Carlo “Aguirre” Fontecedro

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