Gravity Fest @ Parco Rosati [Roma, 21/Settembre/2007]

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Dopo una giornata campale. Indeciso fino alla fine. Ho lanciato sul piatto due polpette – precedentemente cotte nell’aglio – che mi hanno indicato la via. Un mal di stomaco talmente perforante da non poter restare a casa neanche un istante in più del dovuto. Mosso da cotanta spinta gastrointestinale mi lascio cullare dal debutto seminale (e dunque epocale) degli Stone Roses. Una dolce compagna di viaggio, la musica, che mi conforta nella lunga via delle “tre fontane”. Dove se non stai vigile rischi di investire un paio di lucciole, qualche trans e gli immancabili clienti cabrio muniti. Il Parco Rosati è accogliente. Il Gravity Fest una lodevole iniziativa nuova di zecca che riunisce in una notte Orange, The Cinematics e Robots In Disguise. Gli annunciati Neon Plastix daranno forfait per sopraggiunti problemi burocratici legati alla bassista costretta a rimanere in patria a causa di un mancato rinnovo del passaporto. In compenso un paio di loro delizieranno il finale con un Dj set da tramandare ai posteri. Ammesso che i posteri siano consenzienti.

Si argomentava del Parco Rosati. Area molto grande. Varia. Con simpatici punti agglomeranti e diversi spazi adibiti alla musica. Il palco è carino. La serata umida quanto basta per un attacco killer di reumi e la gente quasi totalmente in “divisa” da indie dell’ultima ora. Piano piano le facce note escono allo scoperto. Siamo tanti. Sorridenti. Stanchi. Sobri. “Sfortunato” io a perdermi gli Orange di Francesco Mandelli (duo completato dalla batteria di Enrico Buttafuoco) a supporto di “Milano, Manhattan” che suona già sentito e sulla falsariga delle coppie rumorose chitarra-pelli che negli ultimi anni hanno inflazionato il mercato. Grezzotti, divertenti, basso profilo (?) e via andare.

E’ poi il turno degli scozzesi di Glasgow The Cinematics, giovane quartetto in fase promozionale, con a carico l’esordio “A Strange Education”. L’inizio dello show è fortemente marcato da linee musicali (inspiegabili) che riportano ai peggiori U2 (ammesso che ce ne siano mai stati di migliori). Poi pian piano i ragazzi delle Highlands mostrano la loro vera essenza. Che è fatta di sonorità ciclostilate al sound smaccatamente commerciale degli Editors commisto ai connazionali Franz Ferdinand. Un’ennesima variazione sul genere che non aggiunge davvero nulla alla scena (!) se non una enorme tristezza alla radice. Per quasi tutta l’esibizione una accaldata procace ragazza bionda (straniera) si dimena sotto palco ammiccando e provocando il chitarrista che non riesce a trattenere la propria sorpresa e ilarità mentre i compagni sono impegnati in pose tirate e contrite. Siparietto indimenticabile.

A chiudere il Gravity suonante ci pensano le Robots In Disguise. Due ragazze di Liverpool – Dee Plume (da “nom de plume”) e Sue Denim (da “pseudonym”) – che giocano a ridicolizzarsi con un electroclash pseudo punk sulla falsariga delle Chicks On Speed. Un occhio strizzato a Peaches (comunque distante anni luce anche se amica di serate passate a Berlino), due album all’attivo ed una consistenza musicale pari allo zero assoluto. Le ragazze fanno finta di suonare. Niente basso (davvero stupefacenti quelle dita ferme sullo strumento), niente chitarra, niente synth e qualche colpo di batteria di un terzo membro aggiunto. Solo basi e un cantato isterico-urlato che dopo un brano già perfora la materia grigia. A far notizia solo la bruttezza delle due e quelle tutine rosa rubate a qualche film d’animazione nipponica dei primi anni 80.

C’è ancora tempo per salutare gli amici e i conoscenti. Per stringere la mano (morta) del noto Mandelli. Per respirare un po’ di notte e tornare verso casa. Con i piedi piantati a terra. Senza gravità.

Emanuele Tamagnini

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