Gravity Fest @ Parco Rosati [Roma, 20/Settembre/2008]

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La moto non parte stasera. La batteria è andata. Lancio in extremis un urlo agli amici in macchina che mettono la retromarcia e tirano fuori i cavi. Maledetto scooter. Ha un motore nuovo di zecca e si ostina a fare le bizze. Aveva ragione quel mio amico, avrei dovuto prenderne uno nuovo piuttosto che affezionarmi a questo. Ma che ci vuoi fare. Non c’ho mai capito nulla di meccanica. Sono uno di quelli che Robert Pirsig nel suo Zen chiama ‘romantici’. Uno di quelli che l’olio non lo guardano mai. A passo di lepre raggiungo il Nebel che m’attende avvolto nel suo trench alla Rick Deckard. Cedo il casco all’amica fragile e inclino la moto da un lato. Raccattiamo l’altra ragazza strada facendo. Tre quarti d’ora dopo (“Merda ma qui non siamo già passati?”) approdiamo nell’angolo di città più periferico e trafelato che abbia mai dovuto raggiungere per attendere un accredito. Parco Rosati ci appare in tutta la sua sfavillante grazia. Sarà che dall’occhio celeste di google map sembrava così vicino. Sarà che l’EUR non riesco proprio a pensarlo come quartiere. Stasera ho un cappello. Se ne vedranno tanti qui attorno, sul palco e giù fra di noi. Ho messo anche i pantaloni neri a tubo. Mi sembrava giusto mimetizzarmi un poco. Entrare nel personaggio. Perché la verità è che i gruppi di stasera, fatta eccezione per gli Holloways, non andrei mai a vederli a una serata normale. O meglio c’andrei solo per scrivere parole infuocate il giorno dopo. Provai una strana euforia semisadica a sputare sugli Enemy, qualche mese fa. Anche se dubito d’essere riuscito a intaccare le vendite. Quella è gente coriacea. O, se non loro, chi gli sta dietro. Ma conosco qualcuno che ha doti di veggenza. I redattori di Nerds Attack! e molta altra folla di scribacchini e non solo lo sanno bene. L’indie rock sembra destinato a un lento declino oltre l’orizzonte del decennio in corso. Una sfiancante asfissia per mancanza di ossigeno. Troppi gruppi a spartirsi la scena, troppi volti, spille, ciuffi, cravatte a righe. Troppe interviste dei giornalisti del NME. La gente capirà. La gente smetterà di entusiasmarsi per prodotti come Horrors o Pigeon Detectives. Assisteremo a una nuova rinascita. La fenice della musica popolare s’è coperta di fiamme già altre volte. Scamperemo anche a questa calamità. Ma di certo non stasera. Vorrei tanto essere ubriaco. Il mio sarebbe un compito più facile. Ma la via etilica ci viene impedita dai prezzi proibitivi. Tiro fuori un biglietto da dieci e lo scambio con due bicchieri. Attento, Nebel. Non versarne neanche una goccia. Questa bevanda è come l’oro. Marco dei Surmat Frank* (aprite le orecchie: Surmat Frank*, a breve esce il secondo EP) mi raggiunge fra la folla con compagna al seguito. Mi parla dei The Last Wanks che suonavano poco prima. Un cane ci passa in mezzo alle gambe e lui a occhi sgranati dice, sì, ce ne sono molti stasera di cani. Ce n’erano anche tre sul palco poco fa. Ma a me piacciono i Last Wanks. Chiedo delle calze a rete. Sì, le portavano anche stasera. La fase ‘pasticcio di rossetto’ il cantante l’ha superata, domando io. Alza un sopracciglio. Ma non c’è tempo per gingillarsi. La gente freme d’attesa. L’area sud-ovest pullula di compratori in cerca di shirt finto vintage e orecchini colorati. Più tardi corro verso l’ultimo banco in rapida chiusura e mi aggiudico una spilletta ‘I love 80s’. Nebel la fisserà con distaccato disprezzo per il resto della serata. Non sono ancora riuscito a passargli nulla degli Smiths. Però tempo fa abbiamo suonato una cover dei Police. Mi sa che era del ’79, però, quel brano. Mah.

Ma andiamo con ordine. I Paddingtons salgono sul palco centrale alle dieci suonate. I cinque ragazzi di Hull hanno una sola produzione alle spalle, come del resto gli altri due gruppi di stasera. ‘First Comes First’, uscito nel 2005. Tre anni ghiotti per i tabloid che riportano l’esasperata amicizia con quel Pete Doherty che hanno eletto padrino spirituale. Il loro discorso musicale è una discendenza diretta dal sound Libertines. Senza mezzi termini. Forse appena più punk rock. Certo quando giocano la carta del punk rock riescono meglio. Potrei scrivere che la loro presenza scenica è meccanismo ben oliato. I chitarristi incrociano gli strumenti. Tom Atkin in giacchetta jeans e capello biondo platino saltella come un folletto assatanato. Ma i Paddingtons risultano piatti. Si muovono ma non movimentano. Giocano tutto su ritornelli di facile presa. Mi tornano in mente gli Enemy. Li scaccio via. Quando il biondo attacca il singolone ‘Panic Attack’ dimentico tutto. Solo dovrebbero darci dentro con gli assolo. Avete due chitarre. Bene, fatele suonare. Altra storia per gli Holloways. Il video di ‘Generator’, quello girato in un ospizio, mi aveva stuzzicato i sensi. A una prima occhiata sembravano meno fighetti dei loro connazionali. Meno curati. Mezz’ora a stirare camicie non l’hanno mai passata. Come dire, gli Holloways vengono da Londra: non devono lavorare di stile per portarsi al centro del fenomeno indie rock, ci sono già. Ma la cosa migliore è che non li conosci. Voglio dire, li ascolti una decina di volte, e non trovi un genere che valga più degli altri in una scala di pesi. Giocano col funky, con lo ska riproposto dagli Specials. Giocano con la musica country. Mi ricordano una serata al Circolo, lo scorso inverno. Suonavano i Rumble Strips. Il cantante dall’ugola potente che imbracciava quella chitarrina coperta di scotch nero. Loro prendevano molto dal soul. Bei tempi. Per suonare ‘Two Left Feet’, come da copione, i nostri tirano fuori un violino. La gente inizia a fare ressa, c’è voglia di contatto. Nebel sistema giacche e cappello accanto a una cassa. Il taccuino nascosto sotto al casco. E ci lanciamo tutti nel carnaio. L’amica fragile mi supporta finché non finisce preda di un (non più così) giovane insidiatore di fanciulle. Si getta fra le mie braccia per sottrarsi alle sue. Anche loro, lì sopra, prendono alla lettera la frase che passa dal proiettore alle loro spalle. It’s easy, just jump. Crini di cavallo spezzati penzolano paurosamente dall’archetto. Gli Holloways si dimostrano più onesti dei loro colleghi. Più caotici. Tecnicamente forse un pelo meno preparati, ma sprizzano energia e si dimostrano superiori alle aspettative. Nebel sorride entusiasta.

Durante la pausa c’avviciniamo silenziosi al cantante Alfie Jackson. Lo troviamo circondato di ragazze accanto al bancone. Ah santa vita da indie rocker. Neanche tante, in verità. E nemmeno particolarmente attraenti. Preparo qualche domanda. Nebel senz’altro più anglofono del sottoscritto fa da interprete. Alfie ci parla del secondo album in uscita. Sostiene che sarà più compatto, più omogeneo. L’esordio ‘So, This Is Great Britain?’ è troppo frammentario, dice. Troppo marcate le influenze dei gruppi a cui si ispirano. Ci saranno anche altri stumenti, banjo, mandolino. Ma la loro musica rimarrà sempre melodica, ‘pensata’. Aggiunge un terzo aggettivo che né io né il Nebel riusciamo a identificare. Evitiamo di farlo notare a Jackson. Gli chiediamo un parere sulla serata, si dice soddisfatto. Di solito – qui diventa serio – gli staff italiani sono sempre lenti e male organizzati, ma stasera no. Lo rendo partecipe delle teorie sulla morte per saturazione dell’indie rock e lui dice di non fidarsi della stampa. I giornalisti fan presto a sentenziare ed etichettare i nuovi gruppi, ma, ripete, si tratta solo di distinzioni formali. Da lì in poi prende a guardarmi con diffidenza. Aria.

Ci siamo persi i primi minuti dei Courteeners, nel frattempo. Guadagniamo a passi svelti i due metri quadrati di poco prima. L’aria satura di fan. Li vedo. Sono dappertutto. C’è persino un tipo che mi assomiglia: capelli rossi, giacca, scarpe. Nebel mi guarda di soppiatto, mi avverte. Chi incontra il suo sosia muore entro l’anno. Rabbrividisco. Sono sorridenti, i fan, sorrisi a quarantacinque denti. Sembrano spassarsela proprio. Sono piastrati, come il cantante Liam Fray. Che non nasconde un’adorazione per Noel Gallagher, e non solo dal taglio di capelli. Lui però non sorride. Anzi sembra piuttosto una statua di sale. Guarda lontano, assorto, al di là degli avventori un metro sotto il suo microfono. I tacchi delle costose scarpe sono inchiodate al palco. Una bionda si appropria del mio cappello. Riconosco ‘Acrylic’. I Courteeners sono i più teens della serata. Estrapolano alcuni elementi chiave dell’indie rock e non aggiungono altro. Il signor Fray è una campana, fra l’altro. Lo si sente quando si lancia in due canzoni da solo, chitarra e voce. Cammino tortuoso. Soprattutto quando intona ‘Not 19 Forever’. Gli manca il carisma. Richard Ashcroft può farlo. Persino Noel Gallagher, a suo modo. Il giovane alla mia destra, incuriosito dal taccuino che tengo in mano, è d’accordo. Poco prima mi raccontava delle sue imprese a Londra. L’invasione di palco durante un concerto dei Babyshambles, seguito da decine di altri. Affera un bicchiere e cerca di lanciarlo contro la statua di sale, mancandolo, poi mi chiede di passargli l’asciugamano appoggiato alla cassa. Allungo una mano sul palco. Lo guardo estasiato passarselo sulla pelata. A quel punto un gorilla dalla mole micidiale e i modi bruschi ci piomba addosso. Tento una mediazione, ma quello mi urla di starne lontano. Vuole accompagnarlo fuori. Fortunatamente desiste. L’attentatore sorride e corre a recuperare il mio cappello. La bionda di prima doveva essere la sua ragazza. I Courteeners lasciano il palco. Raccattiamo le nostre cose e facciamo un’ultima puntata al bagno. Nell’orinatoio accanto al mio si sistema il chitarrista dei Paddingtons, quello col cappello e la camicia a quadrettoni. Le nostre accompagnatrici ci indicano una ragazza che conoscono, sui diciassette. Gira voce sia stata con Pete Doherty. La guardiamo allontanarsi con Rob Skipper degli Holloways. Vorrei restare per i Social Future Junk, ma dopo venti minuti d’attesa non ho più sigarette. Torniamo alle moto. La mia si accende. Tiro un sospiro di sollievo. Roma è fredda stanotte.

Filippo Bizzaglia