Gravenhurst @ Circolo degli Artisti [Roma, 12/Aprile/2008]

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Qualche leggera scossa di terremoto apre un Sabato carico di nubi che si rincorrono a perdifiato sotto un cielo autunnale. Qualche goccia di pioggia mattutina bagna desideri e speranze. Il vento penserà a fare il resto. Ideale scenografia britannica per accogliere il tour europeo dei bristoliani Gravenhurst che di mantelli plumbei se ne intendono eccome. Umori cupi e grigiume solare riflesso in una proposta che giunta al quinto album (‘The Western Lands’ edito nel 2007) trova la naturale maturazione artistica (forse). Dagli esordi psych folk alla dichiarata influenza cerebrale che una band enorme come i Flying Saucer Attack ha avuto sulla penna del leader Nick Talbot. Aspetto da autentico nerd, vaga somiglianza con un giovanile Jarvis Cocker, vena intelletualoide trasfusa nel suo blog personale (“The Police Diver’s Notebook”) che una lettura attenta magari meriterebbe pure e spocchia (ingiustificata) da superstar.

Destinati ad aprire la serata i romani A Modern Safari che tornano sul palco del club romano dopo la performance del Settembre scorso di spalla ai canadesi Dog Day (guarda caso periodo in cui usciva proprio il nuovo album dei Gravenhurst). Un set breve di una manciata di canzoni che viaggiano sempre col vento in poppa. Il vento del rock’n’roll. Che soffia dal sud degli Stati Uniti e si trascina verso la costa ovest. Il rock’n’roll ce lo devi avere nel sangue per sentirlo anche quando un amplificatore salta, anche quando i tempi sono accelerati, anche quando tutto intorno sembra non appartenerti.

Per esordire nella loro ora e quindici di concerto i quattro di Bristol scelgono di esibirsi in versione strumentale. La sala del club è sorprendentemente folta. Sorprendentemente perchè dei Gravenhurst si è sempre saputo poco. Come se agissero in sordina. O forse per passaparola. Quindi c’è curiosità. Nick Talbot è posizionato alla estrema sinistra. L’inizio è discreto. Poi in sequenza arrivano ‘She Dances’, ‘Hollow Men’ (il singolo) e ‘Trust’. Tutte annunciate dall’occhialuto leader che dispensa mezzi sorrisi e colloqui in slang metropolitano con alcuni conterranei assai ebbri e goderecci. Il problema dei Gravenhurst è quello di voler contemporaneamente intraprendere più strade. Brusche accelerazioni totally instrumental, improvvise, laceranti. Arie dreamgazer velatamente portate a galla dalla voce (tediosa e il più delle volte stonata) dello stesso Talbot. Non troppo sopiti echi wave post punk (per fortuna i Wire sono vivi e vegeti). Lunghe aperture malinconiche tradotte in noiosi ed asfissianti passaggi sonori. Troppa carne al fuoco. Sensazione che rimane sulla pelle. Come l’olezzo di alcuni presenti che hanno evidentemente lasciato che l’acqua di casa finisse in giardino e il sapone finisse nel cestino. Il problema dei Gravenhurst è che non sono un gruppo strumentale. Avrebbero probabilmente più possibilità. Potenzialmente intendo. Il problema è che un’ora e quindici sembra un’infinità. Il pubblico però (che non ha sempre ragione) pare apprezzare. Il problema dei Gravenhurst, in fondo, è che non saranno mai i Flying Saucer Attack. E questo almeno ci rincuora. Adieu.

Emanuele Tamagnini

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