Grant-Lee Phillips @ Casa Argileto [Roma, 9/Agosto/2018]

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C’è sempre stata una profonda attrazione verso questo 55enne di Stockton (geolocalizzate pure > California centrale). Che ho seguito (come molti, tantissimi) all’indomani della sfortunata esperienza (racchiusa in due dischi) con gli psych-folk Shiva Burlesque. Dallo split di quella band Grant-Lee Phillips dà vita infatti ai Grant Lee Buffalo che esordiscono con un disco culto (‘Fuzzy’, siamo nel 1993) ancora oggi meravigliosamente attuale. Una perla che non verrà replicata dai successivi tre lavori prima dello scioglimento avvenuto nel 1998 (tredici anni dopo è bene ricordare la clamorosa reunion durata lo spazio di un breve tour). Attrazione che però è probabilmente anche dovuta alle origini native del nostro protagonista. Sia da parte di madre (la tribù dei Creek, gente che purtroppo prese parte al “celebre” sentiero delle lacrime, la deportazione forzata nota come Trail of Tears) che da parte di padre (discendenza con il capo Cherokee John Ross). Se a tutto questo aggiungiamo una carriera solista immacolata, incastonata in nove preziosi capitoli, l’ultimo dei quali (‘Widdershins’) pubblicato a inizio anno, abbiamo un quadro completo dell’assoluta bontà di un cantautore di una spanna superiore alla media. Dotato di sensibilità non comune e gusto raro. Da circa quattro anni Grant-Lee ha fatto i bagagli, caricato in macchina la famiglia e guidato fino a Nashville, cercando un posto tranquillo proprio come quello lasciato alle spalle.

Agosto brucia ma non miete vittime. La città è ancora abbastanza presente e assiste all’ultima tappa di un giro in giro che ha visto il songwriter americano passare per Genova, Prato, Brescia, Val di Fiemme e Romagna. Il tutto quasi minuziosamente raccontato da filmati social che lo stesso Phillips ha provveduto a postare con grande divertimento e stupore nei confronti della nostra Italia bella. La casa che lo accoglie è ancora una volta quella nel Rione Monti. Dunque Argileto, tradotto Unplugged In Monti versione summer. Dopo Josh Rouse (qui raccontato) e Alessi’s Ark il terzo appuntamento alza decisamente l’asticella verso il sempre caro e incantato cielo capitolino. Poco dopo le 21 compare in proverbiale giacca scura e camicia bianca. Vivace, per certi versi elettrico ed emozionato. Per tutta la serata ne avrà per la luce puntata dritta sul suo viso che riuscirà alla fine a far spostare (è solo un siparietto divertente), così come si meraviglierà della quiete romana (“ma è normale?”…) rivolgendosi più di una volta a fantomatici vicini di palazzo. ‘Mona Lisa’ rompe il ghiaccio e poi è un pescare tra vecchie canzoni dei Buffalo (così le chiama) e momenti più recenti. La terrazza gremita gli tributa sinceri applausi, “bravo”, urla e calore. ‘Walk In Circle’, ‘Mighty Joe Moon’, ‘Happiness’, ‘Jupiter and Teardrop’, ‘St. Expedite’, ovviamente ‘Fuzzy’, ‘The Shining Hour’ (sempre magnifica), sono solo alcuni dei brani presentati in circa un’ora e mezza di (a tratti) esaltante set acustico. Tracanna in un colpo solo una bottiglietta (gelata) di acqua, si “intrattiene”, racconta, chiede se ci sono richieste particolari e dalle prime file si alza ‘The Hook’ che scimmiotta facendo finta di aver capito gli Who prima di rapirci tutti con una versione da pelle d’oca. Me ne starei ore a guardarlo circondato da luci e lucine di una città splendidamente adagiata nella sua (a)normalità. Un mattatore, una voce calda, unica, una verve contagiosa. Mentre la gatta nera, sorniona, silenziosa abbandona la sua posizione di favore, il signor Phillips saluta con un enorme CIAO. Un’altra di quelle serata da ricordare. Dammi la mano amore, scendiamo.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore.