Grace Jones @ Parc Del Fòrum [Barcellona, 3/Giugno/2017]

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Sabato 3 giugno 2017. Alle 20.45 si cercava gloria sportiva, due ore dopo, la panacea adatta ad alleviare un magone profondo. Di certo il pur bravo Seu Jorge, armato di sola voce e chitarra acustica ed intento ad omaggiare Bowie, non ha le caratteristiche adatte al mood del momento. Così percorro in trance la distanza che separa il Ray Ban dall’Heineken e mi imbatto nell’inizio del concerto di Grace Jones. Non sono mai stato un grande fan della pantera giamaicana. Nei miei ricordi di bambino ci sono i suoi video più famosi, quelli che al tempo imperversavano nelle tv musicali e nei canali generalisti. I suoi scatti sulle riviste dell’epoca, i suoi brani nei juke box estivi del litorale. Nei miei piani iniziali il suo concerto non era neanche in lista, ma il Primavera è anche questo e sa regalare grandi sorprese. Classe 1948, modella, attrice e cantante ma soprattutto capace di coniugare tutto ciò con grande personalità. La sua carriera discografica si è sviluppata dalla fine degli anni Settanta ed ha attraversato tutta la decade successiva, inanellando una serie di album e singoli di successo, rivisitando soprattutto brani celebri in chiave dance. Dagli anni novanta in poi solo un album, qualche singolo e una quindicina di film, oltre una manciata di raccolte posticcie e di duetti sparsi. A braccetto con artisti figurativi e illustratori del calibro di Jean-Paule Goude, Andy Warhol e Keith Haring, ha sempre coltivato ed esportato un gusto sopraffino per l’immagine, che si tratti di costumi o acconciature, body painting e coreografie, risultando mai banale e sempre incline alla provocazione e ad una sana proiezione verso il futuro. In poche parole, ha incarnato perfettamente lo spirito della New York più propositiva di cui ha fatto parte.

Nightclubbing” apre le danze. L’omaggio ad Iggy Pop, inciso dalla cantante nell’album omonimo del 1981, accoglie al meglio l’ingresso sul palco. Un telo con il volto gigante della diva copre una specie di baldacchino, dopo l’annuncio di una voce robotica che la presenta, il telo viene tolto e lei appare in tutto il suo splendore. Maschera dorata con pennacchio piumato nero poggiata sulla testa, lungo mantello nero, costume aderente, total body bianco e nero con scheletro stilizzato alla Haring, occhiali da sole e scarpe con tacchi altissimi. L’incedere indolente reggae-wave e la sua voce caratteristica ammaliano i presenti. La sua danza ritmata e sincopata fa capire da subito che l’anagrafe questa sera non sarà un problema. “This Is” è uno degli episodi relativamente più recenti, risale al 2008 e mette in risalto l’ottimo lavoro delle coriste sul finale. Con la cover di “Private Life” dei Pretenders torniamo al 1980. Il vento si alza più forte è spazza via le ultime incertezze. Il reggae diventa glaciale e gli elementi wave imperversano, puntellando il recitato della Jones, che nei cambi di tono diventa poesia. Il brano dopo è “I’ve Seen That Face Before (Libertango)” in una versione ancor più dub dell’originale. Nel frattempo lei indossa una gonna nera larga aggiunta al body ed una maschera differente, questa volta con una lunga criniera rossa fino ai polpacci. “My Jamaican Guy” non aggiunge e non toglie molto alla performance. L’artista si muove e balla su tutta l’area del palco, ha una grande energia e molta voglia di condividerla con il pubblico. Per “Shenanigans” fanno il loro ingresso due ballerini, dipinti con lo stesso total body della Jones. Uno di loro sul baldacchino agita a tempo due bandiere con il volto della cantante, l’altro ad un lato improvvisa una sorta di lap dance ad un palo e balla in maniera sensuale con lei, che nel frattempo ha di nuovo cambiato gonna e maschera con pennacchio. “William’s Blood” abbandona la deriva reggae per un pop di matrice black che esalta la parte ritmica della band e l’oscillare ozioso del pubblico. “Amazing Grace” alza il livello. La sua voce doma per un attimo persino il vento. Sublime e commovente. Ennesimo cambio di gonna, tulle sulle spalle e copricapo. Una versione lunga e coinvolgente di “Love Is The Drug” dei Roxy Music ci prepara al gran finale. L’esecuzione è tirata e densa e dà alla band la possibilità di esprimersi al meglio. Parliamo di una gran bella formazione, composta da basso, batteria, chitarra, percussioni, tastiera e le già citate coriste. Livello tecnico ed empatico molto alto. “Pull Up to the Bumper” fa ballare anche i sassi. Black music all’ennesima potenza. A metà brano si siede sulle spalle di un bodyguard e si fa portare fino al mixer, percorrendo il varco centrale aperto dalle transenne e spaccando il mare di gente come Mosè fece con il mar rosso. Tutto ciò sfoggiando con non-chalance un cappello ancor più stravagante dei precedenti e continuando a cantare e ad interagire con il pubblico intento a filmare e fotografare. Una gran versione di “Slave to the Rhythm” chiude il concerto. La Jones alle prime note prende un hula hoop ed inizia ad usarlo. Lo farà per tutta la durata del brano continuando a muoversi e a cantare come se nulla fosse, lasciandolo ruotare sul ventre senza che questo le cada neanche una volta, neppure durante la presentazione della band ed i ringraziamenti di rito. Un fisico davvero statuario. Che dire? Complimenti vivissimi Mrs. Jones, la coppa è persa anche questa volta, ma quel magone ora è diminuito e il pensiero che rimane è che mi piacerebbe molto invecchiare come lei.

Cristiano Cervoni

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