Good Shoes + We Have Band + Holidays @ Circolo degli Artisti [Roma, 17/Giugno/2010]

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Ore 22 circa. Entrano sul palco gli Holidays, formazione di cinque giovani ragazzi, tutti italiani, che aprono la serata con il loro indie rock melodico. Propongono cinque pezzi tutti dal ritmo molto vitale. Il batterista usa gli strumenti classici della formazione indie (rullante, charleston, timpano e piatti) e si aiuta per alcuni brani con una drum pad dalla quale escono i tom, che colpisce direttamente con le bacchette. C’è anche una piccola campana. Suona molto forte e il ritmo che sprigiona è davvero incisivo, come lo sono i riff e la voce del cantante, che di tanto in tanto si fa ruvida. I giri di basso sono a tratti un po’ funky per poi rientrare nel genere. Con toni e melodie siamo nel post-adolescenziale e evocano ‘Born Slippy’ degli Underworld. A me personalmente sono piaciuti. Alla fine dei conti più dei Good Shoes e dei We Have Band.

Alle 23 circa arrivano i We Have Band. Sono tre: Thomas W-P alla voce, chitarra, basso e programming, Dede W-P, voce, percussioni e sampler, Darren Bancroft, idem. Presentano il loro debut album con 12 tracce; le eseguono tutte tranne l’ultima. Siamo nell’elettro pop, alla Depeche Mode, ma piu soft. Le drum machine rinforzano la solita e sempre efficace cassa “dritta” che è decorata dall’ipnotica e sensuale voce di lei, quella pulita di Darren Bancroft, quella evocativa del bassista. Non mancano gli effetti dei sintetizzatori, i giri di basso sono preponderanti e corposi per una musica che è anche disco-rock a presa diretta, cooleggiante, orecchiabile e ballabile con ritmi e melodie essenziali, limpidi, puliti. Il disco è piu o meno tutto così, nel senso che si alternano continuamente momenti in cui la danzabilità si unisce ad una affascinante, fredda passionalità ad altri in cui la componente (p)-funk (nella sua variante più “solare”) prende il sopravvento. La filosofia del gruppo è quella di mescolare (almeno a livello di sound) l’inquietudine metropolitana alla Tv On The Radio al senso del ritmo di band “antiche” come Talking Heads e altre più moderne come LCD Soundsystem. Oltre a questi i WHB si ispirano anche a i Joy Division, e ai primi OMD. Da buon manibucate ho comprato il CD, visto che lo firmavano anche.

Altra pausa, altro gruppo. Ore 00.00 circa e tocca ai Good shoes. Gruppo inglese, formatosi insieme ad altre band indipendenti come gli scozzesi Franz Ferdinand ed i Future Heads di Sunderland. Rhys Jones alla voce, chitarra e fondatore insieme all’altro chitarrista Steve Leach; poi ci sono Will Church al basso e Tom Jones alla batteria. Io sono al terzo drink e l’attenzione comincia a vacillare, ma dopo un paio di pezzi si percepisce l’andazzo. Stiamo ascoltando l’ennesimo gruppo indie-rock-pop, che propone già dal suo debutto, l’ennesima impercettibile variazione al tema post punk, super contaminato (Clash, Smiths, Oasis, Supergrass), con i suoi riff orecchiabili, le solide basi per far saltellare il pubblico, cantante con l’aria di chi si sta godendo la vita. Sono facilmente confondibili con le migliaia di pop band che fanno il loro stesso genere. Non hanno una personalità e uno stile loro, nessun segno di riconoscimento evidente, e possono essere facilmente buttati nel mucchio insieme agli altri, il mucchio di quei gruppi che ri-fanno per l’ennesima volta quello che è già stato fatto. Ma senz’altro hanno un buon orecchio per le melodie e una discreta capacità nella costruzione di strutture solide e sempre molto scorrevoli. Niente di nevrotico e nei testi si racconta la realtà suburbana dei quartieri, la “difficoltà” di avere vent’anni, le insicurezze e gli entusiasmi di questa età. Tre album all’attivo, due nel 2007 (‘Think Before You Speak’ e ‘Live at the Astoria’) e l’ultimo corrente anno (‘No Hope, No Future’). Eseguono quattordici pezzi, appartenenti soprattutto all’ultimo e al primo album. Comiciano con ‘The Way My Heart Beats’ solare e rockeggiante, passano per la greve ‘Everything You Do’ e per ‘Ice Age’, brano di contenuto, sull’opulenza/disponibilità odierna, che confonde l’identità dei giovani; gli ultimi brani sono tutti all’insegna dell’allegria: ‘Sophia’, ‘Times Change’, ‘Never Meant To Hurt You’, ‘Photos On My Wall’. Chiudono con l’acidula ‘Under Control’. La voce del cantante sembra sosia a quella di Robert Smith dei Cure. Il concerto finisce e io me ne volo a casa che sono stanchissimo.

Cristiano De Vincenzi

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