Good Shoes + Shitdisco @ Zen Club [Roma, 17/Luglio/2007]

380

Lo Zen Club (EUR) è un bel posto per morire. Ricavato probabilmente da un’ala del celebre Luna Park. Comodi divanetti. Sali e scendi a rendere varia l’atmosfera. Simpatica e arieggiata collocazione rialzata per il palco. Verde. Aria fresco-lino. Ancora con il sapore dei Wedding Present nelle orecchie arrivo a destinazione quando una nutrita fila ciclostilata è in attesa dell’entrata scaglionata. E’ una serata new indie. Young indie. L’età media è bassa ed è per questo che mi sento come un extracomunitario in gita premio. Ma in un baleno riconosco amici, conoscenti, colleghi che allegramente si trastullano beati in attesa dell’inizio degli show. Che questa sera vedono come protagonisti due gruppi recentemente debuttanti sulla lunga distanza discografica. Da Glasgow gli Shitdisco, da Londra i Good Shoes.

Comincio a tessere pubbliche relazioni a ritmo ridotto. Sono stanco. Provato da giornate dure come il cemento. Per fortuna trovo un caro amico che racconta di una sua relazione passata con una ragazza che amava i Dream Theater e di come alla fine il rapporto non potesse più andare avanti. Considerando che a lui i Dream Theater hanno sempre fatto schifo. Dunque la musica più dell’amore. La musica prima di tutto. Quella che manca però agli Shitdisco che vengono inseriti nel filone chiamato new rave (dove a salvarsi sono, a mio avviso, solo i The Whip). Più che rave si assiste ad un’ennesima riproposizione del copione dance punk che ha lanciato in orbita negli ultimi tempi una schiera di giovani formazioni britanniche senza peraltro lasciare segni indelebili. Non graffiano. Non mordono. E non basta una fastidiosa luce laser verde puntata contro il pubblico a salvare un’esibizione noiosa e senza sussulti. Il numeroso pubblico convenuto gradisce a metà. E’ ora di una birra dalla bottiglia termo-conduttrice. Ovverosia che se la tieni in mano per più di 5 minuti diventa calda quanto urina appena espulsa. Si fa lo struscio. Si passerella. Si sorride. Si posano le ossa sui già citati divanetti. Le zanzare fanno la ronda. Come un’impressionante schiera di tampinatori dallo sgurado vitreo e seriale.

Dopo la una iniziano a menare le danze i Good Shoes a supporto del debutto “Think Before You Speak” giunto sino a noi sull’onda del singolo “Morden”, nome della zona del sud di Londra da dove la band proviene geograficamente. Easy listening della Regina. Melodie catchy già sentite ampiamente tra i solchi dei dischi di Art Brut, di Arctic Monkeys, di Little Man Tate e perchè no dei nuovi Pigeon Detectives. Una dimostrazione di forza di come l’hype in terra d’Albione sia ancora la ragione principale per spingere e vendere merce come questa. Che diverte. Che fa muovere i sederini a pois. Che fa ballare le bambole bionde presenti tra il pubblico. Che fa guardare in alto. Che fa riflettere. Che in un attimo riesce a far dimenticare le ansie quotidiane. Anche questo potrebbe (e lo è sicuramente) un merito da non sottovalutare. I Good Shoes sono acerbi. Ringraziano ad ogni brano. Terminano dopo aver carrellato sull’ancor risicata produzione sonora. Come tornare indietro nel tempo. A quando la parola giovinezza faceva rima con spensieratezza. Incrocio sorrisi. Sguardi indiscreti. Un pezzo di notte è ancora da vivere. Ma fino a quando?

Emanuele Tamagnini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here