Gong @ Teatro dal Verme [Milano, 23/Ottobre 2009]

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Sono le 8.30 del mattino ed in metropolitana leggo su City che stasera al Teatro dal Verme suoneranno i Gong, impegnati in un tour mondiale per presentare il loro ennesimo album ‘2032’ e festeggiare il 40esimo anno di attività. Sono perplesso, non capisco perché mi sia sfuggito un evento del genere. Temo che il concerto sia sold out, al massimo, mi dico, prendo un treno e vado a vederli al Crossroads Club di Roma.

Tra i pionieri della psichedelia, fondamentali protagonisti della prima elettronica fatta in casa, del rock-jazz, del rock-free-jazz, dal 1968 i britannici Gong cavalcano i palchi di tutto il mondo e ci trasportano nel loro fantastico mondo alternativo. Da quando, a Parigi, Daevid Allen (ex Soft Machine) e la professoressa Gilli Smith decisero di fondare il cuore di quella che sarebbe diventata una delle band più “allargate” del panorama rock mondiale. Guai a definirli una semplice band progressive. Tra le varie partecipazioni i Gong contano anche quella del grande reverendo W.S. Burroughs. L’indole anarchica, anticonformista, dadaista e schiva rispetto allo star-system musicale ha consacrato i Gong a vera band di culto. L’ingresso delle chitarre di Steve Hillage nel ’72 segnò la svolta dei Gong. Negli anni a seguire venne incisa la trilogia capolavoro di Radio Gnome (‘Flying Teapot, ‘Angel’s Egg’ e ‘You’). Ma l’idillio durò pochi anni, dato che gli attriti tra i fondatori Allen-Gilli e il batterista Moerlen, definito dal duo troppo “tecnico” ed “affascinato” dal music business, diventarono sempre più frequenti. Fu così che Allen nel ‘75, ad un concerto (Cheltenham), si rifiutò di suonare e lasciò la band. Altri album furono sfornati dai Gong orfani del talentuoso e visionario Allen: ‘Shamal’, ‘Gazeuse’ ed ‘Expresso II’. L’unico filo conduttore della successiva produzione fu la forte propensione verso il rock-jazz preferito da Moerlen (morto nel 2005). Dal canto suo, Daevid continuò ad esplorare il suo “mondo parallelo” riprendendo i temi della trilogia, della cosiddetta ‘mitologia Gong’ e componendo musiche per la meditazione. Ma, se questo riguarda il passato, il futuro, i Gong, l’hanno già scritto a partire dal titolo dell’ultimo album che rivede insieme oltre ad Allen, Gilli e Hillage anche la tastierista “celeste” Miquette Giraudy (entrata ufficialmente nell’orbita Gong fin dal 1973). Il 2032 sarà, infatti, l’anno in cui il pacifico Pianeta Gong si unirà al nostro. Lo spero vivamente, vedremo. Per il momento, quel che conta è la loro presenza nel 2009, qui in Italia, dopo parecchi anni, da quando, personalmente, ero ancora un sogno nel cassetto di mia madre, e credo, anche di mio padre.

Con largo anticipo mi catapulto all’ingresso del teatro con la stampa della mail per l’accredito. L’età media neanche a parlarne: almeno 40 anni. Tant’è che qualcuno ha anche portato i propri figli. Un’orgia post-hippy posticcia. “Fila 7, posto 31″? Me ne frego. Mi siedo vicino ai fotografi accreditati sguainando un paio di complimenti ad ognuno di loro sulle carenate macchine fotografiche da x.000€ che sono in stand-by ai loro piedi. Ci introduce allo spettacolo un tizio che definisce la serata “etnica” (?). Per un istante salto dalla poltrona pensando di aver sbagliato teatro. Ma ecco che dal backstage esce la Steve Hillage Band. Riconosco Steve, certo invecchiato, con pancetta, capelli corti e occhiali da buon padre di famiglia, ma con il sorriso ingenuo di sempre. Suonano per circa 40 minuti un progressive che sinceramente non mi dice nulla di nuovo anzi: la chitarra di Steve è un perfetto revival stile Gong. Pausa di 15 minuti, giusto il tempo di un Campari. Dagli altoparlanti ci informano che i Gong stanno per iniziare. Eccolo Daevid, col suo cappello da gnomo, vestito in pigiama per raccontarci, forse, il suo ennesimo sogno. Cominciano con i pezzi dell’ultimo album. Eseguono ‘Dance With The Pixies’ le cui cornamuse mi fanno immediatamente pensare alla band statunitense, ma non credo si tratti alcun omaggio. Alle loro spalle scorrono le immagini di piccoli e grandi Buddha, pesci, cosmi lontani, stelle ed altre galassie. Un magico caleidoscopio stupefacente, che ci strega e ci ipnotizza pur essendo lucidi. La 76enne Gilli sussurra dallo spazio lamenti e gemiti: una sacerdotessa extraterrestre nel corpo di una stupenda anziana che ancora oggi rievoca personaggi cari ad Allen come la strega, la prostituta e dea Selene. Alla sua sinistra il menestrello Allen non si ferma un attimo: volteggia, si inchina, si sbraccia, cammina a carponi intorno al giovane sassofonista che ha sostituito Didier Malherbe. Tornano sul pianeta terra con la melodica e krautrockina ‘Escape Control Delete’ e la punkeggiante ‘Wacky Baccy Banker’ nella quale Allen denuncia le truffe finanziare degli ultimi tempi: alle loro spalle, vorticosi dollari che si perdono in un immenso buco nero, facce di faccendieri permale dell’alta finanza statunitense tra cui spicca Mardoff. Smarcato ‘2032’ piroleggiano a ritroso per riproporre i pezzi migliori del loro repertorio: ‘Master Builder’, ‘Flute Salad’ (con annessa e concatenata ‘Oily Way’) e ‘I Never Glid Before’. Il pubblico impazzisce, mentre, in ginocchio davanti al palco, tento di raccogliere la polvere di stelle lanciata dal piccolo gnomo verde.

Andrea Rocca

5 COMMENTS

  1. Grandissima serata, Daevid Allen è sempre il piu’ grande, anche 35 anni dopo la trilogia di Radio Gnome, a 71 anni suonati!
    Che fortuna immensa dev’essere stata quella di poter assistere, negli anni ’70, a concerti di band come Gong, Henry Cow, Soft Machine, Caravan, Art Bears etc! Vedendo un concerto simile posso solo immaginare cosa ci siamo persi: per noi che siamo nati dopo la pornografia punk questo concerto è stato un onirico tuffo nello spirito dei seventies.
    Sono felice di trovare almeno una recensione che parli di questo bellissimo concerto e quindi mi congratulo col recensore.
    Un unico appunto sull’articolo: i Pixies sono i folletti sballoni protagonisti della trilogia di radio gnomo e non c’entrano nulla (per fortuna) con la mediocre (almeno per me che sono un progster incallito ovviamente) band statunitense omonima!
    Consiglio al recensore una full-immersion nella fantastica, assurda, meravigliosa mitologia gonghiana!
    Oh, sweet absurdity!

  2. All’attentissimo ProgWillNeverDie: grazie per la precisazione!
    Mi era palesemente sfuggito il rimando. Approfondirò maggiormente oltre l’umano consentito. Con me sfondi una porta aperta.

  3. Grande concerto. Anche io ho pensato a chi ebbe la fortuna di “esserci” nei 70 anche se poi, pensandoci, ritengo che in tempo reale difficilmente avrei apprezzato cosi’ tanto: la nostalgia per l’infanzia ed il fatto di avere mancato per un pelo, per un lustro l’appuntamento con un epoca tanto mitizzata, gioca un ruolo fondamentale.
    Comunque bel tiro anche grazie alla sezione ritmica di giovanotti ben scelti.
    Allen e’ un in grande e Hillage dall’alto sembra un trentenne.

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