GoGo Penguin @ Monk [Roma, 16/Febbraio/2018]

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I GoGo Penguin sono tra i maggiori esponenti della nuova scena jazz sperimentale inglese. Il trio si è formato a Manchester nel 2012 e comprende Chris Illingworth al pianoforte, Nick Blacka al contrabbasso e Rob Turner alla batteria. La loro musica è caratterizzata da atmosfere evocative e melodie struggenti, su cui s’inseriscono beat acustici ma di chiara derivazione formale elettronica. Questo crea un piacevole contrasto nel dinamismo delle strutture ritmiche ed armoniche. Post bop deviato da suggestioni rock ed elementi di EDM, senza dimenticare la nobile lezione del downtempo britannico e la musica classica. Tutto si compie nella scrittura di brani sofisticati ed originali, sempre in bilico tra improvvisazioni e composizioni tematiche ben costruite. Miscelano breakbeat battenti, riff di piano sia corposi che minimalisti e potenti linee di contrabbasso. Formano un’estetica precisa, che prende forma dall’utilizzo nella scrittura di tecniche di produzione elettronica, che poi traducono nell’uso di strumenti acustici, ottenendo un timbro caratteristico. Arrangiamenti drammatici impreziositi da ritmi cinetici, contrappunti che generano un’energia che si diffonde partendo da una profonda introspezione. Denotano grande abilità nella modernizzazione del suono e dei riferimenti, unendo con coraggio Keith Jarrett a Philip Glass e Debussy, ma anche Brian Eno,  ad Amon Tobin e Squarepusher. C’è qualcosa nel loro approccio che ricorda il Brad Mehldau più avanguardistico e l’attitudine dei The Bad Plus, ma senza togliergli nulla in personalità. Il loro è stato un crescendo continuo, soprattutto a livello artistico. Alla pubblicazione di “Fanfares” nel 2012 segue quella di “v2.0”, entrambi per l’indipendente Gondwana Records. Il secondo album gli varrà la nomination per il Mercury Prize e la conoscenza internazionale. L’entrata nella prestigiosa scuderia della Blue Note Records farà il resto, dando i suoi frutti con la pubblicazione di “Man Made Object” nel 2016 e di “A Humdrum Star”, uscito proprio in questi giorni.

Il pretesto è la promozione del nuovo disco e trova posto nell’interessante rassegna Jazz Evidence, che non ha una precisa regolarità temporale, ma mantiene sempre uno standard qualitativo molto alto. Non è previsto alcun gruppo spalla e sia il pre che il post concerto sono affidati alle sapienti selezioni musicali di David Nerattini, uno che conosce bene la materia. Alle 22:50 la band sale sul palco, accolta da una sala gremita e curiosa. Accordi di piano aprono “Raven”, seguiti dal contrabbasso con e senza archetto e pattern breakbeat della batteria. Quindi si prosegue attraverso una bella apertura spaziale nella dinamica e un ricco fraseggio del pianoforte su una ritmica solida e avvolgente. Applausi meritati. “Bardo” incalza già dalle prime note e si delinea seguendo contrappunti di rara efficacia. Gradevole la variazione centrale di matrice rock fino allo stacco deciso, che lancia un finale caratterizzato dalle note ipnotiche del pianoforte. Il bassista ringrazia i presenti ed annuncia “To Drown In You”. Il brano è un piccolo gioiello di rimandi trasversali: dal post rock di Chicago, alla cinematografia off, fino all’elettroacustica di confine. “A Hundred Moons” è introdotta dalle percussioni cadenzate e rallentate, con poche note calde di contrabbasso e un piano evocativo. Il mood è notturno e ammalia senza calcare evidenti derive psicotrope. “Strid” ha un breve incipit free che diventa ben presto quasi afro, piano minimale e basso serrato. Breakbeat irregolare che riporta alla mente alcuni lavori di Roni Size e poi sembra spegnersi lentamente prima di un sostenuto crescendo finale. Sempre Blacka, portavoce discreto del gruppo, ringrazia di nuovo e presenta la band. La parte iniziale di “Reactor” sembra un omaggio ai Radiohead recenti senza piagnistei, prima di complicarsi ulteriormente in un rondò simil progressive, il tutto mantenendo un tiro micidiale. “Return To Text” apre scenari ampi ed imprevedibili, che accolgono i pensieri in una danza elegante, compiacendoli fino quasi a donargli forma. “Smarra” è posseduto da un pattern funk incalzante della batteria, un basso ipnotico ed un piano minimale effettato. Si snoda possente fino alla sospensione centrale sul pianoforte e i drones creati dal contrabbasso con l’archetto. Il crescendo è d’obbligo ed il finale è assolutamente dirompente. “Transient State” ha una serie di incastri machiavellici e geniali. L’impatto rock di “Protest” chiude la parte regolamentare. Il tema melodico espresso nel brano è uno di quelli che si lascia ricordare meglio e l’esplosione ritmica che lo sostiene è fenomenale. Lasciano il palco acclamati dall’entusiasmo dei presenti, soprattutto da quelli delle prime file. “Window” è l’unico bis che concedono e riassume al meglio tutte le prerogative viste stasera. Settanta minuti di spettacolo onesto, con qualche formula ripetuta e un groove coinvolgente. Lontani dal jazz puro, ma eleganti, eclettici e risoluti.

Cristiano Cervoni

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