Godspeed You! Black Emperor + This Will Destroy You @ Villa Ada [Roma, 4/Luglio/2018]

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A me il post-rock non piace.
Ho provato e riprovato, ma niente. Ascoltabile per una ventina di minuti, poi basta per un mesetto. La cosa più vicina che ho amato furono quei God Machine che finirono nel 1994 con la morte di Jimmy Fernandez e quel capolavoro di ‘One Last Laugh in a Place of Dying’. Stasera stanno facendo pure un bel concerto i This Will Destroy You, potente quanto basta, suonato in maniera impeccabile, con alcune fiammate che hanno acceso il pubblico numeroso accorso a Villa Ada, puntando sicuri sul debutto omonimo (si celebra il 10° anniversario della sua uscita) sul seguente ‘Tunnel Blanket’ e sull’EP ‘Young Mountain’, però niente, a me dopo mezz’ora già basta. È così. Non reggo. E allora sto qui, seduto accanto al laghetto del parco con la solita pessima birra e aspetto. Aspetto che finiscano loro e che comincino i paladini del post-rock, che però, non è solo post-rock.

I Godspeed You! Black Emperor sono trama musicale che si sviluppa nell’ordine di tempo che basta, che serve e che inquadra perfettamente quel momento temporale. Ditemi cos’hanno di diverso dagli altri e io vi risponderò che sono gli unici a fare questo. Perché non sbagliano nulla e non c’è nulla di suonato nei loro dischi, e quando si esibiscono dal vivo anche nulla di proiettato, che sia fuori posto. Tutto è parte dello show, tutto fa parte della performance che coinvolge il pubblico assistente e tutto è creato in quel momento per vivere e poi morire alla fine del concerto. Non si può portare via quell’emozione, la si vive lì, si ha il privilegio di farne parte in quel momento e poi la si deve lasciare. È mistica allo stato puro. Con lo spettacolo “Monumental” portato in scena dalla compagnia The Holy Body Tattoo e suonato dai GY!BE a Roma nell’ottobre scorso, si è assistito a una vetta stilisticamente importante di questo processo artistico, ma è in queste occasioni che abbiamo la possibilità di focalizzarci sul loro personale modus operandi. La scaletta del concerto di per se non è importante perché la bellezza dei concerti dei GY!BE è che qualsiasi cosa suonata è funzionale allo scopo. Per la cronaca comunque è “Hope Drone” come di consueto ad aprire le danze, seguito da tutto “Luciferian Towers” rimescolato nelle tracce e per finire con “Slow Riot for New Zero Kanada” suonato per intero (“Moya” e “BBF3”). C’è spazio all’interno della parte dedicata all’ultimo disco di un ospite molto gradito dal pubblico, il sassofonista Edoardo Marraffa, che improvvisa insieme alla band durante “Fam/Famine” e “Undoing a Luciferian Towers” alzando l’asticella dell’amalgama sonoro del collettivo canadese già di per se molto alta. Menzione d’onore va a Philippe Leonard, la persona addetta ai 4 proiettori e a tutti gli effetti membro del collettivo canadese (compare addirittura nei credits dei dischi pubblicati!), e alle sue pellicole proiettate alle spalle della band. L’immagine, in loop, che scorre durante l’esibizione è l’elemento che chiude il cerchio della routine applicata all’esibizione. Un corso e ricorso di vichiana memoria che inizia, vive e muore ritornando al punto di partenza. Silenzio, fruscio, ascesa, scoppio, discesa e di nuovo silenzio. Per poi ricominciare. Ed è questo che affascina e tiene incollati occhi e orecchie al palco. Alla fine del concerto, un po’ stordito dai volumi ma ancor più dall’energia sprigionata, mi dirigo verso l’uscita lasciando che la notte mi aiuti, ritornando alla normalità delle cose, a sedimentare la bellezza della poesia appena vissuta e già finita, dentro di me.

Marco Andreoni

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