Godspeed You! Black Emperor @ Estragon [Bologna, 26/Gennaio/2011]

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L’evento musicale del 2011, e di tanti altri anni a venire, è questo. Il ritorno dei Godspeed You! Black Emperor. Prima di tutti, prima dei Mogwai, prima degli Explosions In The Sky, prima dei Mono, prima di qualunque altra band post rock c’erano loro. La strada l’hanno segnata loro. I più grandi. Senza obiezione alcuna. L’ultimo disco risale al 2002, quel capolavoro infinito che è ‘YANQUI U.X.O.’. Da allora il silenzio, la band si dissolve in vari progetti paralleli tra i quali i Thee Silver Mount Zion, i più importanti. Nessuno rilascerà interviste, su di loro cresce un alone di mistero pari a poche altri gruppi, i membri non parleranno più della loro ex band, ufficialmente in pausa per dedicarsi ad altri progetti o per protesta contro la guerra in Iraq. Io ho quasi sempre pensato che non esistessero in realtà. E invece no. L’appuntamento con la storia, con la mia storia, è a Bologna, all’Estragon. I GY!BO ovviamente sono persone normali, tanto che non hanno neanche un addetto al merchandise, ma ci sono loro ad alternarsi. Alle 22 in punto io e il fido Aguirre, senza il quale non avremmo superato la neve degli Appennini senza uno straccio di catene a bordo, vediamo materialzzarsi sul palco tale Colin Stetson che suonerà il suo gigantico sassofono per mezz’ora esatta ma sinceramente senza sussulti. Musica d’avanguardia si chiama. Noi ci siamo annoiati a morte.

Conquistiamo una posizione perfetta, seduti su un paio di casse alte due metri, abbiamo l’Estragon sotto di noi ed io non ho teste davanti a me. L’attesa è breve, dopo il concerto del tipo dalla camicia orribile si vedono materilizzare sul palco delle persone, saranno loro o i roadie? Qualcuno prende in mano uno strumento, suona, chi gioca con la batteria, le chitarre iniziano a rumoreggiare, nessuno capisce se è l’intro, se è il check, o se è iniziato il concerto. La risposta ovviamente è l’ultima, i GY!BE iniziano a suonare sempre più rumorosi, sempre più indipendenti l’uno dall’altro, rilasciando enormi feedback e momenti claustrofobici mentre campeggia una scritta dietro di loro, scritta con grafia di una mano malferma di un vecchio o di un bambino: “Hope”. Loro sono disposti a semicerchio, seduti, tranne i due bassisti e il violino. In tutto sono in otto, con due batterie e tre chitarre. Non ci sono microfoni, la band non dirà una sola parola, nè prima, nè durante nè dopo il concerto.

‘Storm’ o ‘Lift Your Skinny Fist Like Antennas to Heaven’, il primo brano dall’omonimo disco, è il primo momento impressionante del concerto, chi conosce questo brano sa bene di cosa possa provocare. L’inizio è  il suono della creazione del mondo, quel dolce risveglio alla vita, con il mondo che si plasma piano piano per poi riaddormentarsi e avere gli incubi durante la parte centrale. Incommentabile. Ho i brividi durante ‘Static’ con la sua cavalcata trionfale, dove le batterie si esaltano nella parte finale sovrapponendosi a tutti a tutto, al mondo intero che si piega sotto di loro.

Quando inizia ‘Sleep’, con l’intro del vecchio che parla, l’Estragon esplode in un boato, è questo uno dei momenti più catartici del concerto, silenzio assoluto in sala, si sente la voce del vecchio, poi il primo arpeggio, gli strumenti che iniziano a muoversi lentamente, uno dietro l’altro, come in marcia, fino a crescere sempre di più fino all’esplosione quando si sentono quei suoni di chitarra stridenti nella cavalcata infernale, suoni che sono urli di bimbi in mezzo al vento. Mai avevo assistito a nulla di più cattivo. La colonna sonora della fine del mondo dovrà essere questa. L’Estragon è annichilito. Quando inizia ‘Moya’, le immagini Hopperiane alle loro spalle si tramutano in delle fiamme, i GY!BE sembrano quasi impossessati, l’ecumenico violino detta la melodia, gli altri si affidano ad esso. Meraviglia assoluta, la loro perferomance è semplicemente perfetta, le ovazioni alla fine, il silenzio tombale durante le esescuzioni delle loro pieces raccontano di un Estragon impaurito. Chiude la splendida ‘East Hastings’ (a memoria credo che sia stata questa) da ‘F#A# Infinty’, elegia cerimoniale, una drammatica marcia di fantasmi, con quell’arpeggio dolcissimo di chitarra che si adagia sul violino e il solito gigantesco finale, dove gli strumenti corrono all’impazzata rincorrendosi l’un l’altro, sempre più veloci e possenti fino alla chiusura. Un boato accoglie il finale del brano che suggella un concerto lunghissimo di due ore e venti minuti. L’appuntamento con la storia era qui, a Bologna e lungo tutte le tappe di questo tour. Come detto prima, escono in silenzio quasi nascondendosi. Solo uno di loro alza una mano, saluta e ringrazia, un gesto semplice, ma proprio perchè isolato dal loro mutismo e anti divismo ci rimane prezioso. Chissà se ritorneranno, chissà se incideranno un altro disco ma per ora la storia e questo concerto ha già decretato che loro sono la band di questo decennio. Addio, mille volte addio, Godspeed You! Black Emperor.

Dante Natale