Godflesh @ Init [Roma, 10/Aprile/2015]

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Continua la serie di concerti della rassegna “Orecchio Sanguinante” all’Init. Ironia a parte, quello di stasera si preannuncia come un tour de force all’insegna di industrial metal e derivazioni varie. E, vista la potenziale entità di decibel in campo, l’impatto sonoro è stato tutto sommato sostenibile e non disturbante, e questo va riconosciuto come un traguardo. Forte e potente, ma non distruttivo. Ben quattro gruppi a dividersi le fatiche sul palco: una programmazione fittissima cui alcuni hanno reagito con insofferenza e che l’organizzazione ha giustificato definendola una data dedicata al genere. Quali che siano le motivazioni dietro alla serata-fiume, c’è che da dire che la qualità è alta, le band sono valide e l’attesa per gli headliner non si fa sentire più di tanto, grazie anche a dei cambi palco da pit stop. Salvo ragioni logistiche, si fa fatica a capire come mai i Disumana Res inizino per primi e non in apertura diretta ai Godflesh. La formazione bolognese è un’istituzione del genere, nonostante l’unico album realizzato, pubblicato tra l’altro a ben sedici anni di distanza dalla sua realizzazione. E il perché di tale onore si capisce subito. AB, MC, RS, gli acronimi dietro rispettivamente a voce e sample, chitarra e basso offrono uno spettacolo di alto livello, col classico urlato cavernoso, i muri di chitarra satura in drop D e il basso metallico e martellante. Una mezz’ora concisa e dritta al punto, con suoni ottimi e la giusta determinazione. Assenti ingiustificati per tanti anni, tornano grazie a dio a calcare le scene. Per gli amanti del genere, vivamente consigliati. Poi è il turno dei Deflore. Ovvero degli “intrusi” della serata. Sì perché rispetto alle altre tre band in lizza il duo romano, al secolo Christian Ceccarelli ed Emiliano Di Lodovico, è certamente connotato da sonorità dure, industriali (anche per l’origine sintetica di molti dei suoni), ma ha un approccio allo stesso tempo atmosferico ed elettronico che, in alcuni frangenti, me li fa assimilare ai Porcupine Tree più eterei. Salvo poi fiondarsi in sciabordii di distorsioni metalliche e ritmiche ossessive che li riportano su direttive più vicine a Scorn e Ministry, band non a caso citate tra i riferimenti nella loro pagina Facebook. La loro musica è però originale, hanno trovato una loro via personale parallela all’asse UK/US e vanno sicuri per la loro strada. Per i miei gusti, se evitassero di perdersi troppo dietro alle mille soluzioni sonore che hanno a disposizione e prendessero una direzione più precisa tutta la proposta ci guadagnerebbe. Più che promossi anche loro. E arriviamo ora alla nota dolente. I Syk si distinguono sicuramente come i più fotogenici del lotto, anche grazie alla batteria vera, unici ad averla. Musicalmente, però, lasciano molto a desiderare, e occorre lavorare su tante cose per trovare un senso alla materia indefinita che producono. Chitarra e batteria sono totalmente slegati tra loro e non dialogano mai davvero. Il batterista sembra a volte non sapere bene cosa fare, mentre il chitarrista si perde nel profluvio di note sparate in sequenza senza né trovare il senso di ripetitività ossessiva né il gusto progressive. Suonare tempi dispari con la chitarra senza uno straccio di criterio non è figo, è fastidioso. Eppure, il gigante alla quattro corde (senza paletta, tanto che sembra un mandolino nelle sue mani) ne sembra compiaciuto, mentre ripassa le scale davanti a un pubblico insofferente. La vocalist al microfono sembra quasi disperata nel tentativo di farsi sentire con delle urla sconnesse, mentre pronuncia il nome della band tra un brano e l’altro con sempre meno convinzione. Mi si perdonerà la franchezza, ma sono bocciatissimi in tronco. Alla prossima.

Vedere Justin K. Broadrick collegarsi da sé pedali e portatili vari sembra quasi irreale, dopo aver scritto la storia prima con i Napalm Death e poi con i Godflesh. ‘Streetcleaner’ è stato consegnato da tempo agli annali, ma per le note biografiche rimando a Wikipedia e simili. Stasera si va giù duro e specialmente di ‘A World Lit Only By Fire’, ultimo album a tredici anni di distanza da ‘Hymns’ per Broadrick e il socio G.C. Green. Un disco convincente e cazzuto come pochi, che ce li restituisce in gran forma dopo uno iato particolarmente lungo. Il chitarrista e urlatore del gruppo è una pertica alta due metri, con pantaloni di una misura più grandi e una maglietta dei Ramleh di Gary Mundy in bella vista. Al suo fianco, il sodale Green al basso, in tenuta più ordinaria e anonima e con un ghigno di stizza perenne in volto. Alle loro spalle, uno schermo in cui vengono proiettati immagini e brevi video che hanno fatto la storia grafica della band: i celebri crocefissi che immortalano ‘Streetcleaner’, maschere greche distorte e stranianti, un inquietante volto come immerso in un liquido, il fuoco di un incendio che sembra non volersi spegnere mai. La combinazione di tutti questi elementi dà vita a una linea di fuoco di inaudita potenza. Un cingolato compatto e massiccio lanciato inesorabilmente verso l’abisso. L’enfasi sugli bassi è paurosa, anche grazie alla otto corde di Broadrick, mentre le ritmiche mandate dal Mac sul palco non danno tregua. Sulle prime, durante l’esecuzione dell’incipit ‘New Dark Ages’ sembra che qualcosa sia poco a fuoco in termini di suono, specialmente il basso eccessivamente cupo. Ma poco a poco si aggiusta il tiro e il nuovo album dimostra di spaccare anche dal vivo, col quartetto ‘Deadend’, ‘Shut Me Down’, ‘Life Giver Life Taker’ e ‘Carrion’ che ringhia e mostra gli artigli. L’atmosfera diventa sciamanica: Green socchiude gli occhi e rimane imperterrito, mentre sembra cercare mentalmente un luogo tranquillo dove stare; Broadrick sembra convinto e preso come doveva esserlo ai bei tempi. Arriva l’artiglieria pesante e arrivano ‘Christbait Rising’ e ‘Streetcleaner’ a gettare napalm sul fuoco, col tutto che assume i contorni del fervore. Qualcuno prova anche a provocare un pogo, ma non ottiene molto seguito dal pubblico sotto ipnosi collettiva. Le diapositive a un certo punto si interrompono per un crash del PC, posto quasi ironicamente accanto al Mac che continua incurante a macinare bpm. Gli altri album vengono onorati con ‘Spite’ e ‘Crush My Soul’, per un crescendo finale che culmina nell’encore ‘Like Rats’, invocata a gran voce. Micidiali e travolgenti come potevo immaginarmeli. L’icona della serata rimane per me un signore di mezza età in camicia, occhiali e maglione affianco a me che si è seguito per filo e per segno e senza colpo ferire tutto il concerto, tradendo anche una certa soddisfazione e godimento. Stima a lui e ai Godflesh.

Eugenio Zazzara

Foto di David Gallì

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