Godflesh @ Evol Club [Roma, 4/Maggio/2018]

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Justin Broadrick è uno dei personaggi di spicco della tormentata scena estrema britannica degli anni ’80. Chitarrista e batterista, fu uno dei membri fondatori dei Napalm Death e il suo breve apporto alla sei corde con i pionieri del grindcore, è immortalato nel primo lato del seminale esordio “Scum” del 1987. Nel 1988 forma i Godflesh insieme al bassista G. Christian Green, sperimentando una personale fusione tra industrial e metal, che caratterizzerà per oltre un decennio l’opera del duo di Birmingham, fino allo scioglimento del 2002. Il loro merito è quello di aver solcato un percorso profondo, scandito dalla pubblicazione di sei EP ed altrettanti album in studio, un disco di remix e tre compilation, in un lungo e proficuo sodalizio stretto con la prestigiosa Earache Records. Titoli come “Streetcleaner”, “Pure” ed “Hymns” sono entrati di diritto nella storia di un genere ostico, che unisce la drum machine, con le distorsioni noise e l’apocalisse heavy. Dopo la loro separazione, Broadrick forma i Jesu, spostando la furia industrial verso sonorità in stile drone, che risultano più ambientali ed avvolgenti e creano un’affascinante commistione post-metal. Con questo moniker ha prodotto sei dischi ed otto EP. Inoltre ha svolto svariate collaborazioni come musicista e come produttore e ha creato la sua etichetta personale chiamata Avalanche Recordings. Nel 2010 i Godflesh tornano a collaborare insieme, pur mantenendo i propri impegni personali. Pubblicano un nuovo EP nel 2014 e due album, “A World Lit Only By Fire” lo stesso anno e “Post Self” nel 2017.

L’apertura della serata è affidata ai SYK, quartetto italiano di post metal core con due album all’attivo e un contratto con la Housecore Records di Phil Anselmo. La band è formata da Dalila alla voce, Gianluca e Stefano alle chitarre e Federico alla batteria. Potenti e compatti, sciorinano una mezzora di grande intensità con buona presenza scenica. I Godflesh salgono sul palco alle 23:00. Le prime note di “Gift From Heaven” aprono uno scenario metal marziale e sincopato, scandito dalla batteria programmata dal laptop di Broderick. La sua voce graffia, mentre la chitarra fende e avvolge l’aria circostante ed il basso di Green è pieno e pulsante. La sala è abbastanza gremita e accoglie al meglio la band. “Messiah” è l’attesa esplosione post industrial, tutta headbanging e vetriolo. L’atmosfera è più viscerale che muscolare e si chiude poggiandosi su un feedback mantenuto e sospeso. Con “Merciless” ci si immerge in una profonda coltre di fumo denso. Doom tellurico ed introspettivo. “Mantra” ristabilisce il confine industriale del progetto. La voce è meno effettata che in precedenza ed il suono non concede alcun cedimento timbrico e strutturale. Con “Post Self” la voce diventa urlata e filtrata, mentre la musica è ferraginosa ed incandescente e l’insieme provoca scintille. “Parasite” parte a schiaffo grazie ad una drum machine incalzante. Industrial ritmico e coinvolgente, con un cantato che non eccede troppo, una chitarra straripante e un basso espanso. In “No Body” il duo estremizza la proposta con un grindcore industriale che devasta la sala e fa scuotere all’unisono le teste dei presenti. “Mirror Of Finite Light” non da tregua e suona come dei Nine Inch Nails sotto acido lisergico. Broderick è chino sulla testa e la agita a tempo. “Be God” è oscuro e lacerante, un monolite di pregio impreziosito da un cantato urlato ed edulcorato. “Spinebender” è introdotta da un drone di chitarra e si apre con un’atmosfera doom siderale, che assume ben presto una fisionomia tribale ed elettrica, quasi stratificata per quanto spessa. Il concerto si chiude così, dopo sessanta minuti esatti e senza alcun bis, seppur richiesti a gran voce dal pubblico.

Cristiano Cervoni

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