God Is An Astronaut + Mono + Klimt 1918 @ Villa Ada [Roma, 12/Luglio/2019]

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Il post-rock è morto, viva il post-rock! Ci si interroga riguardo uno dei generi musicali più evocativi in circolazione, dalla forma varia e spesso strumentale, oltre alla forte componente epica e cinematografica. A volte un concetto ancor più della sostanza. Nato negli anni Novanta e poi cresciuto negli anni Zero, fino a giungere alla recente e fisiologica implosione. Eppure qualcosa ancora si muove. Per i nostalgici il vento soffia sempre sulla polvere e mantiene viva la brace. Lo dimostra il nutrito numero di persone accorse questa sera a Villa Ada per assistere a un’esibizione dalle grandi aspettative. Lo si auspica anche dal folto numero di amplificatori che spiccano sul palco e che sottolineano il set delle tre band in programma. Ad aprire il tutto abbiamo i Klimt 1918. Il quartetto italiano è formato da Marco Soeliner alla chitarra e alla voce, Francesco Conte alla chitarra solista, Davide Pesola al basso e Paolo Soeliner alla batteria. Provenienti dal metal, hanno virato ben presto verso sonorità post rock e darkwave. La band nasce nel 1999 e ha pubblicato quattro album in studio e diversi EP. Conquista una forte credibilità soprattutto all’estero, grazie anche al lavoro delle piccole label di culto per cui incidono e a un’intensa e prolifica attività live. Salgono sul palco alle 21:00 e nella mezz’ora a disposizione mostrano una propensione naturale allo shoegaze, intriso di psichedelia e dream pop, memori dell’esempio di Ride, Slowdive e MBV. Eseguono quattro brani: “Montecristo”, “Comandante”, “It Was to Be” e “Skygazer”. Il loro è un suono pieno e coinvolgente che parte lento e poi cresce, cadenzato nella ritmica e impreziosito dalla voce sognante e dal gran lavoro delle chitarre. Non disdegnano qualche sprazzo più indie wave e alcune sfumature maggiormente pop, che non fanno altro che sottolineare l’ottima fattura della loro musica. Complimenti.

Alle 21:45 i giapponesi Mono fanno il loro ingresso sul palco, introdotti da una base composta esclusivamente di archi. Formati nel 1999, festeggiano il ventennale con la pubblicazione di “Nowhere Now Here”, decimo album in studio a cui vanno aggiunti due album dal vivo, uno di versioni remix e uno che raccoglie vari EP e singoli dei primi dieci anni di attività. La band è formata da: Takaakira “Taka” Goto alla chitarra solista, Hideki “Yoda” Suematsu alla chitarra ritmica, Tamaki Kunishi al basso e tastiere e Dahm Majuri Cipolla alla batteria (che ha sostituito nel 2017 il componente storico Yasunori Takada). La loro formula è quella classica della cavalcata strumentale multiforme, tutta dinamica e timbrica, dove a farla da padrone sono i pieni e i vuoti, con una sapiente e continua alternanza tra le melodie delle parti pulite e gli spasmi di quelle distorte. Una colonna sonora immaginaria della decadenza della nostra società, a compendio dell‘interpretazione personale. Negli anni hanno collaborato con la Tzadik di John Zorn e la sua avanguardia, ma anche con l’elettronica del giapponese Aki Onda. Si sono avvalsi della stravaganza del connazionale Katsuhiko Maeda e del rigore formale del vate Steve Albini, godendo dell’attenzione del pubblico edegli addetti ai lavori tra cui John Peel. Hanno provato a reinventarsi, superando i cliché di genere, prima creando un sodalizio artistico con i Pelican e poi avvalendosi di un fitto lavoro orchestrale in studio. Sono anche belli a vedersi: minuti e vestiti di nero, con lunghe chiome folte. Lo stage plan è molto raccolto, con il batterista nel retro, i chitarristi seduti di lato e lei in piedi al centro della scena. “God Bless” ha un impatto sinistro, quasi stordisce. “After You Comes the Flood” e “Death in Rebirth” sono quelle tipiche cavalcate che sottolineano le progressioni dinamiche, con il classico crescendo e l’esplosione. Il nuovo batterista è un valore aggiunto importante nel suono del gruppo. Un polipo infallibile che crea quella fortezza su cui si ergono torri di variazioni noise. Loro si muovono molto e risultano ipnotici quanto la loro musica. “Breathe” vede la Kunishi spostarsi al korg e cimentarsi in un cantato lento, marziale e atmosferico, quanto questa piccola gemma grezza di stagnazione psych. “Ashes in the Snow” inizia con lei e il batterista allo xilofono. L’atmosfera è sospesa fino a che i due non tornano ai propri strumenti e il decollo è autorizzato. Quindi si fluttua leggeri e con garbo, prima di spiccare con enfasi il volo finale. Quando è il momento di chiudere con “Com (?)”, i due chitarristi si alzano e Taka saluta e ringrazia parlando timidamente al microfono. Il brano è di una bellezza straordinaria, un classico anthem di genere, che esalta ancor di più l’opera del batterista. Un crogiolo di timbriche e dinamiche fino alla deflagrazione post-metal finale. I 50 minuti a loro disposizione si chiudono con i chitarristi in feedback, mentre la bassista e il batterista uscendo fanno le foto al pubblico. Una prova di forza e consapevolezza davvero straordinaria.

Alle 22:55 i God Is an Astronaut guadagnano il palco. Il trio irlandese è sulle scene dal 2002 ed è formato da Torsten Kinsella alla chitarra e alla voce, Niels Kinsella al basso e Lloyd hanney alla batteria. Possiedono un nome tra i più mistici di sempre e otto album all’attivo. Stasera sono coadiuvati da Robert Murphy (loro collaboratore dal vivo già da un paio danni) e da un secondo musicista giovane di cui non ho capito il nome. Entrambi si alterneranno sia al synth che alla seconda chitarra elettrica. La loro musica è spesso strumentale. La voce effettata e filtrata di Kinsella è presente per lo più nell’esecuzione di incisi e melodie vocali. A loro favore uno spettro ampio di generi, con una particolare predilezione per le soluzioni atmosferiche, il prog, lo space rock e il krautrock di matrice elettronico, soprattutto nell’uso dei synth. Il tutto amalgamato sotto una fitta coltre armonica e melodica, che ne facilita l’appeal. Inoltre adottano una posizione politica pacifista molto precisa e un’estetica curata nelle componente visiva di luci e immagini. La setlist è formata da 14 brani per un totale di 85 minuti. “Epitaph” apre il concerto. All’inizio salgono sul palco solo il Kinsella bassista e Murphy al synth, a cui pian piano si aggiungono gli altri tre. Alternano un impatto mai eccessivo a un approccio morbido e manieristico e a volte non mostrano particolare mordente. Le digressioni strumentali di “Mortal Coil”, si compiono in uno stacco noise centrale e in alcune dinamiche interessanti. Torsten saluta, ringrazia e presenta “The End of the Beginning”, che si rivela un digital wave di ottima fattura con una bell’apertura finale. L’arpeggio di “Frozen Twilight” viene accolto con favore dal folto pubblico e ilbrano si prodiga in un fulgido esempio di genere, con venature space e un retrogusto da post-rock nineties. L’effetto prodotto da mitragliatori e bombardamenti introduce “All Is Violent, All Is Bright”, che si evolve e cresce secondo copione. “Seance Room” mostra qualche sbavatura prog, mentre “Medea” si fregia di una bella apertura psichedelica delicata e poi esplode in un rigurgito heavy. “Forever Lost” è una gradevole ballad shoegaze con una melodia vocale molto accattivante. Lui ringrazia ancora, presenta la band e introduce il psych wave di “Suicide by Star”. “From Dust to the Beyond” è una cavalcata multiforme e colorata, ma con una patina forse eccessiva. Sensazione che si avverte anche per le seguenti, specialmente in “Lost Cosmonauts”. Una breve pausa e poi di nuovo in scena. Si prendono il tempo di ringraziare la crew, il pubblico e le band che li hanno preceduti, tributando il giusto omaggio ai Mono, di cui sono sempre stati ammiratori. Chiudono con “Fire Flies and Empty Skies”, che non stravolge troppo quanto visto finora e li conferma una band valida. Non era facile esibirsi dopo l’armata nipponica, neppure se sei l’headliner e hai il favore della maggior parte del pubblico presente. Nell’insieme una bella serata, ma forse cambiando l’ordine dei fattori il risultato sarebbe stato emotivamente migliore.

Cristiano Cervoni
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