God Is An Astronaut @ Init [Roma, 28/Maggio/2009]

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Arrivo all’Init. Scenario inedito ed inatteso: fila interminabile dalla porta del locale fino agli archi, così più di un nerd scoraggiato abbandona il campo. Ciononostante,  mi metto in coda e una volta entrato, con la velocità di una saetta, supero la folla compressa all’altezza del bar e guadagno la prima linea, dove, al contrario, non mi trovo spalmato sui vicini. I 20 minuti di fila non mi consentono di assistere al live della band d’apertura, i Tomydeepestego.

Dopo un breve cambio palco, il trio irlandese arriva, e senza troppi fronzoli, comincia il lungo set. Con quattro album alle spalle, di cui, l’ultimo omonimo uscito sul finire del 2008,  rappresentano un tipo di post rock per alcuni versi debitore ai Mogwai, ma di certo non privo di picchi creativi ed eclettismo. La performance, infatti, ha cancellato tutti i miei dubbi, e nonostante non brillino di luce propria, si sono dimostrati davvero un’ottima band, sia sul piano tecnico, che su quello dell’intensità dello show.

Le canzoni guadagnano nella dimensione live, risultano meno definite rispetto ai dischi e dotate di un  piglio più rock. Come imposto dal loro genere, non si può certo dire che siano un gruppo piacevole alla vista delle ragazzine o che si preoccupino dell’approccio col pubblico, ma la loro musica riempie la sala e veniamo completamente ammaliati e catturati dal sound. Il trio ha suonato per un’ora e quaranta pezzi pescati dai quattro dischi ed ha trovato anche spazio per qualche track a me ignota,  che presumo e spero faccia parte di un nuovo lavoro! Gemme vere come: ‘Shadows’, che si abbatte sul pubblico come un’onda che si ingrossa, ‘Echoes’, che mi porta via, la mesta ‘Snowfall’ e la trascinante ‘Zodiac’ dall’ultimo disco, la rarefatta ‘Fragile’, l’emozionante ‘Forever Lost’, la mogwiana ‘Fire Flies’, ‘Deafening Distance’, l’ossessiva ‘Infinite Horizons’ da ‘All Is Violent All Is Bright’ e l’onirica ‘Remembrance’, la pungente ‘Fall From The Stars’ da ‘The End Of The Beginning’, l’energica ‘Radau’, la disperata ‘Far From Refuge’, la luminosa ‘New Years End’, l’eterea ‘Tempus Horizon’. Nonostante la mia blasfemia iniziale, posso dire che i venti minuti di attesa all’entrata sono stati del tutto ripagati da una band che, dal vivo, da il meglio di sé e riesce a far dimenticare i propri limiti compositivi ed i clichè di un genere ormai saturo grazie ad una potenza ed una intensità nient’affatto comuni ad altre band.

Betani Mapunzo

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