Glenn Branca @ Auditorium [Roma, 28/Febbraio/2008]

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E’ da questa Estate che il pubblico romano aspetta questo evento, rinviato (immaginiamo che non sia affatto semplice da organizzare) da Giugno scorso ad oggi, giorno che verrà ricordato negli anni, dai fortunati presenti, come “Il giorno dell’ Apocalisse Sonora”. Arrivato all’Auditorium già avverto un certo clima di tensione, sono diverse le persone che cercano disperatamente un biglietto, li vedo anche appoggiati al muro con la speranza in faccia ed un messaggio tra le mani “Compro biglietto Branca”… se solo alcuni parenti di quegli studenti con chitarra avessero saputo a cosa andavano incontro, forse questi speranzosi avrebbero potuto assistere a questo sublime evento. La sala Petrassi è stata allestita per la serata, sono iper-curioso di vedere il palco e… girato l’angolo, mi ritrovo davanti quello che dopo tutto mi aspettavo, un mare di chiome di chitarristi e bassisti, una percentuale tanto alta di capelloni, tale da riuscire a produrre almeno 15 cugini Itt, che spettacolo! 100 strumentisti elettrici (selezionati dalle più importanti scuole di Roma)tutti assieme, ognuno seduto davanti al suo spartito. Rifiutati i tappi per le orecchie, offerti gentilmente dallo staff dell’Auditorium, mi siedo e mi preparo per l’ascolto della ‘Sinfonia n. 13: Hallucination City’. Tutti pronti sul palco, manca solo il direttore (John Myers per l’occasione), che quando arriva, saluta il pubblico, si gira rivolgendosi agli strumentisti, dà il tempo e via, parte l’ Apocalisse. Già dal primo movimento viene subito esposta la potenza del suono prodotto dai 100; l’unico batterista Virgil Moorefield, picchia sulle pelli scandendo il tempo, mentre i chitarristi suonano piano o splettrano alla grande… le note si fondono ed il suono diventa un mare di armoniche che esalta per la potenza, ed allo stesso tempo eleva spiritualmente, quasi fosse il suono di un rituale Tibetano. ‘The Ascension’ (non a caso), era quel capolavoro che introduceva l’idea musicale di Glenn Branca, definita in seguito post-minimalista, caratterizzata da cicli ridondanti, in stile pseudo no wave; dei crescendo dinamici, cacofonici, che richiamano per similitudine la produzione di armoniche di una ‘Singing Bowl’ sfregata. I movimenti dell’opera si susseguono, Glenn Branca è presente, lo si vede aggirarsi dietro le quinte, ma la serata viene interamente diretta, magistralmente da Myers che si scalmana come fosse impossessato da quel mare di onde sonore. Lo stesso mare è però anche pieno di scogli e questi macigni non vengono superati da una parte del pubblico (parenti) che si alza, e con le mani a coprire le orecchie lascia la sala. Poco importa, in fondo per una volta sto assistendo ad uno spettacolo in cui se anche il mio vicino di poltrona si mettesse a chiacchierare incivilmente non lo sentirei, tanto è potente il suono che ha ormai pervaso ogni millimetro cubico della sala. Sono totalmente entrato nel mood, quando la batteria accentua i battere ed il pezzo acquisisce toni più rock, o meglio viscerali, la mia testa, anche senza la bramata chioma, e quella di altri spettatori comincia a seguire il tempo quasi fossimo tornati alle medie a sentire del buon metal… entusiasta ecco si, col sorriso stampato in faccia. Poco più di un’ora e tutto finisce e io mi mangio i gomiti… ma come? Si stava tanto bene a nuotare nel mare di armoniche, no non può finire così, è troppo presto! Grandi tutti: dal maestro Glenn Branca, al direttore Myers, al batterista Moorefield, al chitarrista n°16 hardrockettaro, al bassista n°7 blackmetallaro, al chitarrista n° 34 alternativo… etc etc. Giornata epica di quelle che non si scordano a vita. Viva la musica.

Gabriele Mengoli

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