Girls Names @ Le Mura [Roma, 3/Novembre/2015]

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Cos’è nata prima, la musica o la sofferenza? Si ascolta musica perché si soffre, o si soffre perché si ascolta un certo tipo di musica?  È più o meno quello che si chiedeva il trentacinquenne Rob Fleming, protagonista di ‘High Fidelity’, in uno dei romanzi più riusciti sulla storia dell’homo musicalis. Alle questioni irrisolte del personaggio nato dalla penna di Nick Hornby, rispondono i Girls Names, o meglio, il mio atteggiamento ai loro concerti. Non in sintonia con la loro cupezza (qui ci sono le prove) due anni e mezzo fa, nella loro precedente apparizione romana. Totalmente a mio agio nel live che mi appresto a raccontare. Le stagioni della vita sono più irrequiete di quelle climatiche e ce n’è una per ogni genere musicale, escluso l’hip hop, almeno finora, ringraziando il cielo. Per chiudere il cerchio, che altrimenti sarebbe una mezza luna, la stagione dei Girls Names è un inverno di un grigio che incanta. Ti fa riflessivo e lo assorbi dentro di te, così il tuo grigiore si sente in compagnia. I quasi dieci minuti di ‘The New Life’, pezzo manifesto della band, messo in coda al live, ci mettono in comunione con loro e ci danno speranza per il futuro, del quale non sappiamo nulla, se non che non saremo mai bravi a suonare la chitarra come Philip Quinn, a cui guardiamo ammaliati le mani con la stessa attenzione che porremmo su quelle di chi ci sta facendo il gioco delle tre carte, mentre il suo è soltanto quello delle tre note. Ma riavvolgiamo il nastro e partiamo col racconto della serata, che poi è il solo motivo per cui qualche malcapitato lettore si è sciroppato questo personalissimo cappello introduttivo. Giungiamo a Le Mura, sempre più amato locale nel cuore di San Lorenzo, per una gustosa serata organizzata da nEw liFe promo. Passando di fronte al locale in cerca di un parcheggio, sentiamo del frastuono provenire dall’interno. Si tratta dei Weird, trio romano al secondo LP. Ora, parliamoci chiaro: arrivare quando un concerto è già iniziato non aiuta a integrarsi bene con l’ambiente e la musica, poi se si tratta di una band che non si conosce granché e alla quale viene affidata la mezzora iniziale, figuriamoci. Ma a volte succede qualcosa di strano, e in venti minuti i Weird ci catturano, esaltano e conquistano. Ci portano subito in un’altra dimensione col loro psych/shoegaze e la loro tangibile passione per la musica. Niente look da coglioni, o vezzi da rockstar, che poi sono la stessa cosa, ma solo immediatezza, attenzione al prodotto e anche simpatia per il bassista Giovanni Romano, lingua sciolta nel comunicare col pubblico e mano lesta sulle corde. Il locale è pieno poco meno che per metà, in questa fase iniziale, ma dopo essere usciti per fumare la consueta sigaretta tra un live e l’altro, ed essere rientrati quando gli headliner di serata avranno imbracciato i loro strumenti, troveremo il doppio delle persone.

Buon colpo d’occhio quindi, per i nordirlandesi di Belfast, con una carriera che in tre soli dischi sulla lunga distanza li ha visti passare dal surf rock degli esordi al post punk di ‘The New Life’, fino ad arrivare al più recente (ottobre 2015) e ottimo ’Arms Around A Vision’ che aggiunge ingredienti della psichedelia distorta tipica dello shoegaze. Ci eravamo chiesti come si sarebbero trovati i quattro membri della band, con i rispettivi strumenti, sul palco non proprio pantagruelico de Le Mura, ma li vediamo abbastanza a loro agio. Il cantante e chitarrista Cathal Cully, strabiliante somiglianza facciale con la vecchia gloria calcistica Manuel Rui Costa, ma con i capelli biondo platino, passerà i primi tre brani a gesticolare con i tecnici del suono per ottenere il volume desiderato al suo microfono, soddisfacendosi infine, ma lasciando la sensazione che il solo a non sentire bene la sua voce fosse lui. Voce comunque apprezzabile e modulata diversamente per adattarsi alle atmosfere dei vari pezzi, con una netta differenza di tono tra quelli degli esordi e gli attuali. Nota di colore (nero) lo scotch che avvolge parte della sua Fender bianca, strumento che ha avuto giorni migliori. Al suo fianco, sul lato sinistro, la quota rosa della band, l’eccentrica bassista Claire Miskimmin e dalla parte opposta il batterista e tastierista Gib Cassidy, personaggio che desta curiosità già solo a guardarlo e che risulterà molto convincente nel suo ruolo. Sopra a tutti emerge l’altro chitarrista Quinn, già incensato in apertura. La setlist sviscera buona parte degli ultimi due lavori, lasciando pochi spazi al primo disco, quello che abbracciava un genere pubblicamente ripudiato dalla band. Il comun denominatore dei tre dischi è l’attitudine lo-fi, non certo dovuta alla trascuratezza, visto che anche il più disattento degli spettatori ha potuto notare la loro ossessione per i suoni, con Cully, il padre del progetto, intento a curare ogni sfumatura dialogando spesso con i suoi sodali. Il locale non si presta molto agli encore, non essendoci un classico backstage dietro il palco, ma i nordirlandesi non se ne curano e scendono giù, lasciandoci i feedback, si dirigono verso il bagno e tornano al loro posto, con il cantante che si attarda, non si sa se per vezzo o per il richiamo della natura. Suoneranno ‘The New Life’, ma questo l’abbiamo già raccontata qualche riga fa. Quella dei Girls Names, invece, sembra essere una storia che ha ancora molti capitoli da scrivere. E se anche al prossimo live ci arriveremo giù di corda ce ne faremo una ragione, vorrà dire che ci piacerà ancora di più.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

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