Giovanni Lindo Ferretti @ Auditorium Manzoni [Bologna, 8/Maggio/2015]

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Comprai il 33 giri usato di ‘Affinità – divergenze’ da un ragazzo magrissimo e coi denti guasti millenni fa, per seimila lire, sotto i portici della vecchia pescheria di Rimini. Quello della Attack, su vinile rosso. Prima di quel pomeriggio avevo consumato per mesi con mio cugino una cassetta registrata. Lui rideva ogni volta che sentiva ‘Mi ami?’. Io mi perdevo ebbro nei giri di valzer di ‘Allarme’. Poi, molte stagioni dopo, fu la corsa verso un centro commerciale dove mi avevano detto esserci ancora copie di ‘Ko de Mondo’ in digipack. Il primo concerto della nuova creatura al Velvet. Il primo live acustico e inquieto al teatro nuovo di San Marino. E poi. E poi. E poi tutto il resto. Fino all’altro ieri. Fino alla fine della storia. Direttamente dall’inizio. Con tutto quello che c’è stato in mezzo. Anni. Decenni. Per arrivare a questa sera. Non avevo molte aspettative riguardo questo appuntamento, giuro. Mi figuravo un dolce, rispettabile revival di canzoni amate, sentimenti un poco sfioriti, polveri inumidite. E invece, che botta. Giovanni Lindo Ferretti e i sui 63 anni sono vigorosi e desti. Il sangue è ancora fertile. Insieme ai due Ustmamò Luca A. Rossi e Ezio Bonicelli che si alternano a bassi, chitarre e violini, ad alcune basi sintetiche e alla sua voce assesta sicuro numerosi proiettili salmodianti. E’ come imbonitore mistico, e vibra alto il suo giudizio. Per sé. Per gli altri. Per questi tempi aridi, perduti, decaduti, gettati via. Un saluto dal palco a Canali, che ho incrociato fuori dal teatro. Canali a detta di Ferretti unico e ultimo vero rocker italiano. Nessuna concessione a nessun abbellimento o parola superflua, seppur di cortesia o spiegazione, praticamente per tutto il resto del set. Solo sguardi in tralice, mani in tasca, parole nitide. E in fondo quando mai realmente altro di altrettanto prezioso. E in fondo a chi serve, stasera come tutte le altre, di sere. Su questo pianeta. In questo campo di profughi e sopravvissuti. In questa catacomba. La scaletta è una scorribanda che sconfina e attinge da tutto, o quasi, il sentiero artistico del nostro. Indipendentemente da i compagni di viaggio. ‘Annarella’. ‘Emilia paranoica’. ‘Occidente’. ‘Tomorrow’. ‘Cupe vampe’. ‘Del Mondo’. ‘Oh! Battagliero’. ‘Per me lo so’. ‘Tu menti’. ‘Radio Kabul’. ‘Canto eroico’. ‘Barbaro’. E molte altre, che non ricordo. Ricordo però la chiusura, con ‘Spara Jurij’ infuocata sul palco e un ragazzo dietro di me, invasato, che bestemmia esaltato e agita le braccia, quando oramai abbiamo lasciato tutti le poltroncine borghesi del Manzoni e ci siamo gettati come quindicenni ai piedi del palco. Lo sciamano che condanna e seduce. Accudendoci e sbranandoci come cuccioli. Ferretti ci scruta, con le braccia e gli occhi spalancati di puro spirito. E ride, appena un attimo prima di naufragare nel commiato. A cuor contento. Sul vertice del baratro. Che io, stasera, credo più nostro che suo. Felicitazioni. Felicitazioni. Felicitazioni.

Giuseppe Righini

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