Giardini Di Mirò @ Piccolo Eliseo [Roma, 6/Giugno/2009]

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Il bailamme elettorale e un tempo incerto, mi trattengono a Roma in questo primo week end di Giugno. Occasione propizia per assistere alla sonorizzazione dei Giardini di Mirò del “Fuoco”, pellicola basata sull’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio, diretta, nel 1916, da Giovanni Pastrone. Diviso, in tre parti, la favilla, la vampa, la cenere, il film narra le vicende di Mario Alberti, pittore in crisi di ispirazione, che invaghitosi di una duchessa dedita alla poesia, vive con lei giorni di intensa passione, in grado di riaccendere la fiamma della sue creatività.

L’inizio della performance non tradisce la classica matrice del post rock, con il combo di Cavriago impegnato in soluzioni prossime ai suoni di ‘The Rise And Fall Of Academic Drifting’: gli avvolgenti arpeggi della chitarra di Corrado Nuccini tessono la melodia su cui si aggiungono, progressivamente, violino, tastiere, clarinetto, batteria, basso, tromba e i vocalizzi, a volte un tantino pretenziosi, di Jukka Reverberi. Il crescendo del brano ben si abbina all’incontro dei due futuri amanti, con il classico culmine sonico al nascere della scintilla, scaturita dalla comunanza dell’atto artistico: i due infatti, si conoscono nell’ora tramonto, alla luce del quale sperano di trarre stimolo per le rispettive arti. Piccola nota di demerito per l’acustica del teatro, con le casse che mal sopportano le tonalità più basse, vibrando copiosamente. Segue l’attesa nella modesta casa che Mario divide con la vecchia madre. Al calare della tenebre, la poetessa lo raggiunge, invitandolo a trascorrere con lei alcuni giorni presso un rifugio segreto, il castello del gufo. Tenga però bene in mente, il giovane, che il desiderio tanto è più intenso, tanto minore è la sua durata. Scena spettrale, sottolineata da tonalità visive bluastre e da scelte sonore che riportano alla glitch music: gli archetti sono passati sui bordi dei piatti, le corde delle chitarre sono torturate sotto il ponte, gli innesti elettronici si fanno più prepotenti.

I giorni al castello sono scanditi dall’amore e dalla folle creatività. Alberti, ricevuto in dono del materiale per dipingere, realizza il suo capolavoro, un quadro della duchessa avvolta in un leggero velo. La donna lo spinge ad esporlo ad una prossima mostra, invitando segretamente dei giornalisti, rivelando loro che la tela trae un personaggio famosa della vita mondana. Attirati più dalla morbosa curiosità che da un reale interesse culturale, i numerosi partecipanti alla pinacoteca decretano il successo dell’opera. E’ questo il momento migliore dell’esibizione degli emiliani, con pezzo nerboruto e trascinante che richiama alla mente la migliore new wave: come se Adrian Borland guidasse i Mogwai ad eseguire un omaggio ai Wedding Present. Un telegramma  informa la nobildonna che il marito, assente per un viaggio, sta per tornare. Somministrato un potente narcotico a Mario, lo abbandona per ricongiungersi al consorte. Profondamente colpito dalla vicende, il pittore cede nuovamente preda dell’abulia:tentando di sfuggire alla sua ossessione si reca in città, dove incontra casualmente la sua amata che finge,però, di non riconoscerlo. Reso pazzo dal rifiuto, viene rinchiuso in manicomio. Sulla parete della sua stanza, campeggia minaccioso, il dipinto di un gufo. La musica si fa più dilatata e plumbea, con i membri dei giardini di mirò che lasciano il palco uno ad uno, finché la parola FINE non viene posta in risalto da un loop glaciale. Bravi.

Carlo Fontecedro

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