Giardini di Mirò + My Violent Ego @ Init [Roma, 23/Maggio/2003]

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Entro all’Init che i My Violent Ego stanno già suonando le loro ipnotiche nenie psichedeliche. Il progetto, che si condensa in strutture liquide e sonnolente, materializzate da laptop, delay, e sussurranti vocalizzi, è frutto della sinergia tra le chitarre di Paolo Miceli e la voce della scozzese Christy Brewster. A gennaio è uscito, per l’etichetta francese Ocean Mucic, il loro nuovo album, ‘Carried-Along-By-Fate’, accolto in maniera abbastanza buona dalla critica nostrana. A seguire, alcune selezioni digitali di Moket intrattengono la massa degli astanti, che si fa vieppiù consistente, mentre il palco viene preparato per quello che sarà, lo dico senza troppo imbarazzo, uno dei più esaltanti live messi in piedi da artisti italiani che mi sia capitato di vedere durante quest’anno. Forse è per via della domestica confidenza che ho con i loro dischi (tranne i primi EP che, purtroppo, non riesco a rimediare da nessuna parte), ma l’ho trovato davvero bello, ‘sto concerto. E che dire del pubblico? Più che numeroso, era pienamente compartecipe del mio entusiasmo, benché avessi l’impressione che solo in parte fosse composto da fans, ma più che altro da curiosi avventori (non saprei altrimenti spiegarmi la rissa per accaparrarsi una copia di ‘Punk Not Diet’, l’ultimo LP targato Homesleep, fresco di stampa, al banchetto della band). Raramente ho sentito tanta partecipazione per una indie-band di casa nostra. Giardini di Mirò, dunque, noti anche come i “Mogwai italiani”. L’epiteto, del quale gli emiliani non sembrano essere molto entusiasti, è tutt’altro che campato in aria: effettivamente i Giardini della prima ora avevano parecchie sonorità in comune con le icone scozzesi del post-rock, anche se le loro strade stanno divergendo (soprattutto ora, con ‘Punk Not Diet’ che è, in fin dei conti, molto più cantato e pop delle precedenti release). Cantato ho scritto? Si certo, e non si tratta più di incursioni saltuarie ed estemporanee (come era stata la partecipazione dello Yuppie Flu Matteo Agostinelli al singolo ‘Pet Life Saver’ estratto dal primo full-lenght ‘Rise End Fall Of Academic Drifting’). La tendenza ad inglobare il canto nella line-up era già avvertibile in ‘The Soft Touch EP’, ed ora Alessandro Ràina si presenta al pubblico come un membro effettivo della band. Tra le new-entries anche il batterista Francesco, del quale posso lodare la perizia tecnica pienamente all’altezza della situazione, e l’enorme tatuaggio sul polpaccio rappresentate qualcosa che mi sembra la tribale figura umanoide degli Einstürzende Neubauten… I nostri dimostrano un navigata familiarità con il palco, maturata in un lustro di esperienza live, a fianco di nomi del calibro di Godspeed You Black Emperor, Billy Mahonie, Unwound, Ulan Bator, Karate; chi si aspettava un’ipnagogica lagna post rock resterà parzialmente deluso: i brani di impostazione “post” partono tutti da arpeggi sonnolenti e ridondanti, sempre sospesi in una scura tensione armonica, ma si evolvono in crescendo psichedelici che raggiungono altezze vertiginose, esplodenti in aperture catartiche in cui viene messa in campo una spaventosa quantità di suono; senza perdere in eleganza vomitano sulla folla adorante un flusso galattico di energia sostenuto da una sezione ritmica quadrata e tirante. E la cosa prende, prende tantissimo. Perciò: sudore. La classe non è acqua, e questa grande qualità del linguaggio acustico si riflette anche nei brani più pop, se mi è concesso il termine, come plusvalore insito nell’intarsio chitarristico sempre appagante e nell’emotività del violino e della tromba di Emuele Reverberi. Quello che, invece, mi convince meno, è proprio la voce. Forse sono troppo innamorato della peculiare rinolalia di Agostinelli ma, dal vivo, Raina mi è parso tanto adeguatamente sommesso e sussurrante, quanto privo di una riconoscibilità timbrica e di una personalità vocale che siano di spessore confacente al contesto superbo della musica.

Alessandro Bonanni

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