Giardini di Mirò @ Monk [Roma, 25/Gennaio/2019]

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Era la fine del 1998 e il mondo sembrava così distante da oggi. Senza internet ci si affidava alle riviste musicali e la mia preferita parlava un gran bene dei Giardini di Mirò. La band di Cavriago, dal nome evocativo almeno quanto la musica proposta, muoveva i primi passi nel panorama sfaccettato del post-rock. Solo un anno prima “Young Team” dei Mogwai e “F# A# ∞” dei Godspeed You! Black Emperor avevano cambiato più di qualche coordinata nel genere. L’epicità e la catarsi del post rock strumentale trovava adepti e consensi un po’ ovunque e il sestetto emiliano, ne divenne ben presto l’indiscusso alfiere italiano. Ricordo perfettamente un concerto del 1999 al Brancaleone, forse il loro esordio romano. Una band ancora acerba e muscolare, ma con grande consapevolezza dei propri mezzi, che conquistò un pubblico non numeroso, ma curioso ed entusiasta. All’epoca avevano realizzato solo la demo autoprodotta “GDM?”, che acquistai in quell’occasione e posseggo ancora. Da allora vantano otto album all’attivo, tra cui una colonna sonora e due sonorizzazioni di film muti, oltre a vari EP, remix e singoli. Un percorso musicale ricco di collaborazioni con vari artisti, sia coloro che hanno dato la voce ad alcuni brani (come Matteo Agostinelli, Paul Anderson, Alessandro Raina, Sara Lov, Angela Baraldi, Glen Johnson e Robin Proper-Sheppard), che quelli con cui hanno allargato i propri confini sonori, aprendosi anche all’uso dell’elettronica (come Dntel, Apparat, Isan e Styrofoam). Tantissimi tour svolti sia in Italia che all’estero, in Europa, così come negli Stati Uniti e in Asia, dimostrandosi tra i progetti tricolori dal maggior respiro internazionale. “Different Times” è il loro ultimo disco, uscito il 30 novembre 2018 per 42 Records ed è il pretesto migliore per incontrarli di nuovo, con uno sguardo rivolto al futuro, ma ben saldi nelle proprie certezze.

L’apertura è affidata a Indian Wells, al secolo Pietro Iannuzzi, uno dei progetti elettronici più interessanti del panorama italiano. Tre album realizzati: “Night Drops” nel 2012, “Phase” nel 2015 e “Where The World Ends” nel 2017. Quest’ultimo viene pubblicato dall’etichetta statunitense Friends Of Friends, così come l’EP “Phase Transition”, che nell’ottobre del 2018 rappresenta un ulteriore step creativo e produttivo nell’uso dei synth modulari. Il producer calabrese prende posto in consolle alle 22:30 e armato di laptop, synth e sequencer, ci offre quaranta minuti di sapienza digitale, perfettamente in bilico tra IDM, chill e techno, con qualche gradita escursione nel break beat e nel trip hop. Dimostra gusto ed eleganza nelle soluzioni e nei suoni, non risultando assolutamente mai ridondante o sopra le righe. Il suo scopo è quello di suscitare un movimento che sia soprattutto cerebrale e non esclusivamente fisico, una sorta di braindance. Un live set che spazia tra sonorità club-oriented ed estetica notturna, electro sbilenca e drones ambientali, sperimentazione e trance evoluta. Un’esperienza ipnotica e coinvolgente, che non lesina tappeti di glitch sovrapposti e progressioni armoniche, bordate di basso synth e oscillazioni timbriche, sviluppi improvvisi e stratificazioni infette. Un’esibizione davvero notevole terminata tra gli applausi convinti della sala.

Alle 23:30 i Giardini di Mirò fanno il loro ingresso sul palco del Monk, accolti con calore da una sala gremita. Il sestetto comprende: Jukka Reverberi e Corrado Nuccini alle voci e alle chitarre, Mirko Venturelli al basso elettrico, sassofono contralto e clarinetto, Luca Di Mira alle tastiere, Emanuele Reverberi al violino, tromba ed electronics, Lorenzo Cattalani alla batteria. La scenografia è minimale. Un fondo nero su cui spicca la scritta luminosa different times accesa ad intermittenza, sei grandi luci alle spalle della strumentazione, che però verranno usate con parsimonia, così come le teste mobili e i led a terra, lasciando spesso il palco piuttosto buio e i musicisti in penombra. Quando durante la performance le luci si accenderanno improvvisamente con il cambio dell’intensità del suono, si creerà un effetto efficace di sincronizzazione emotiva tra gli elementi. “Different Times” apre il concerto, così come il nuovo disco, con ottimi incastri delle chitarre e un incedere marziale ed estatico. In una porzione del brano Venturelli lascia il basso per imbracciare il sassofono contralto e duettare con la tromba. Una suite post rock lunga e dilatata di quelle con la denominazione d’origine controllata. “Hold On” vede Nuccini alla voce e si mostra in una versione più sanguigna rispetto a quella in studio, perdendone forse in eleganza. “Good Luck” ci riporta al 2012, mostra una pulsione più indie-alternative e una forma più standard, pur non avendo una parte vocale. Intanto Nuccini saluta il pubblico e Jukka da il via a “Broken By”, che canterà con buona presenza. Il brano è tratto da “Dividing Opinions” ed è uno dei migliori del loro repertorio tra quelli composti nella forma canzone classica, impreziosito dal lavoro del violino e da una seconda parte psichedelica e sospesa. Con “Pearl Harbor” si va nei territori di “Rise and Fall of Academic Drifting” e si toccano vette di classe cristallina. Non solo riverberi, rumorismi e sonorità rarefatte, si gode degli intrecci tra il violino di Reverberi e il clarinetto suonato da Venturelli, che nel finale torna al basso, liberando un decollo ascensionale di chiara derivazione Constellation. “Landfall” è un classico post-rock dall’incedere deciso e dal ritmo incalzante, ma senza particolare fascinazione. “Pet Life Saver” è un altro classico del loro repertorio. Una ballata indie lenta e singhiozzante, cantata da Nuccini, con un bel solo di tromba effettata e un pregevole fraseggio di chitarra che apre nel mezzo. Nel finale il violino prende la scena e guida a un crescendo dirompente. “Pity The Nation” è uno dei brani nuovi. La voce è sempre quella di Nuccini, le corde pizzicate del violino lasciano ben sperare, ma poi il brano stenta a decollare e si trascina fino al termine, risultando artefatto e abbastanza ripetitivo. A questo punto Jukka prende la parola, svolge i ringraziamenti di rito e sottolinea il forte legame tra la band e questa città, sottolineando che la data stava per saltare a causa della sua influenza, ma concludendo che a Roma non si può assolutamente mancare. Quindi eseguono la combo “Città di Vetro/ Angeline”, introdotta da un arpeggio cristallino e contenuta nella famosa demo autoprodotta evocata in precedenza. Non solo amarcord, ma bellezza pura, un esercizio di stile che sfocia in un oblio sublime e avvolgente. “Fieldnotes” segue la classica formula della band, è cantata da Nuccini con il solito approccio indie svogliato e sembra non avere guizzi particolari, almeno fino alla sospensione centrale di solo violino. Da quel momento si innesca una ripartenza micidiale per un finale epico e sontuoso, con cui si chiude la prima parte dell’esibizione. La pausa è brevissima e la band risale sul palco portando con se un’ospite. Si tratta di Adele Nigro aka Any Other, che canta come nell’ultimo disco la bella ballata shoegaze dal titolo “Don’t Lie”, fornendo un’ottima esecuzione. “Rome” è la seconda estratta da “Good Luck” e vede ancora Nuccini alla voce. Il brano ha in sé qualcosa di apocalittico nelle strofe, così quanto riesce ad essere liberatorio nell’apertura finale. La chiusura è affidata ad una lunga versione solenne ed epocale di “A New Start (For Swinging Shoes)”. Corposa e sognante, eterea e materica, ariosa ed esplosiva, rappresenta la summa della cifra stilistica della band, chiudendo al meglio i cento minuti d’esibizione.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore