Giardini Di Mirò @ Circolo degli Artisti [Roma, 7/Giugno/2008]

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Si è scritto molto su queste pagine riguardo i Giardini Di Mirò, ma ci sono almeno due motivi che ci spingono a farlo nuovamente. Il primo è che volenti o nolenti sono una delle formazioni indipendenti che probabilmente più di qualunque altra, ha aperto nuove strade all’interno del panorama musicale italiano (e non solo all’interno della micro/macroscopica scena post rock), divenendo punto di riferimento e modello per molte giovani formazioni nostrane; il secondo motivo per cui vale la pena spendere qualche riga sul concerto di ieri, ma è per lo più una mia intima motivazione, è che dopo l’uscita del loro “nuovo” ‘Dividing Opinions’ non mi era riuscito di vedere il gruppo all’opera di fronte a un pubblico. E Dio solo sa quanta voglia ne avessi.

Arrivo al Circolo degli Artisti che sono da poco passate le 22. La metà biancocrociata del mio sangue spinge i miei arti inferiori con movimenti rapidi e decisi in direzione dell’ingresso, temendo che il concerto sia già iniziato. Avrei fatto meglio a dar retta all’altra metà di sangue, quella tricolore, che avrebbe mosso i miei passi sì decisi e veloci, ma in direzione del primo bar aperto, a sorseggiare una birra a prezzo contenuto prima di assistere al concerto. La sala del circolo è infatti semivuota, e sul palco un giovane (liceale?) si esibisce in solo con la chitarra (Samuel Katarro, ndr). Preferisco non commentare, limitandomi solo a dire che mai come ieri mi sono rimproverato l’elvetica puntualità. Riesco in ogni caso a conquistare una buona posizione centrale per assistere al concerto. Almeno quello. Verso le 23 è ora. La sala ormai è strapiena di gente. Pochi davanti a me, moltissimi alle mie spalle. Fa un caldo indecente. I cinque emiliani salgono sul palco accolti dall’applauso caloroso del pubblico romano. Un’intro strumentale dà il via al concerto, che vedrà susseguirsi nella prima parte i migliori capitoli tratti dal loro ultimo, ottimo, album. Il suono è compatto, uniforme nonostante le mille sfumature di suoni che ogni loro pennellata distorta produce, e le mie orecchie non chiedono pietà come accadde la prima volta che li vidi, quattro anni fa. Tutto questo contribuisce a farmi godere il concerto e ad apprezzare ogni singola canzone proposta, che nell’esecuzione dal vivo si carica di evocativa aggressività, raggiungendo a volte punte degne della più ispirata coppia Lynch/Badalamenti. Questo è certamente dovuto al sapiente utilizzo di campionamenti vocali, effettuati da Jukka Reverberi, nonché alla indiscussa bravura dei Giardini nel saper creare musica che emoziona. Sarà la title track del loro ultimo album a chiudere la prima parte di concerto, per lasciare spazio ai pezzi che dal lontano 1996 ad oggi hanno reso il gruppo emiliano uno dei più importanti e seguiti della scena indipendente italiana. Le esecuzioni sono semplicemente perfette, la loro è una macchina da guerra di chirurgica precisione, di fronte alla quale non si riesce a stare, se non a bocca aperta. Storditi e stupiti come quella prima volta. Questi sono i signori del post rock italiano. Le vecchie glorie che ringraziano perché c’è ancora chi, come noi, dimostra riconoscenza e apprezzamento nei loro confronti, nonostante non siano delle “novità dell’utlima ora”. Onirici, semplicemnte unici.

Emanuele Avvisati

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