Giant Sand @ Spazio 211 [Torino, 29/Gennaio/2009]

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Ho visto sPAZIO 211 conciato come una tenda divinatoria degli indiani d’America.
Ho visto la sabbia del deserto sospesa a mezz’aria, e forse anche qualche balla di fieno.
Ho visto il solito pubblico ignorante, che continua a parlare anche quando c’è qualcuno che cerca di esibirsi per la prima volta sul palco. È anche di fronte a Mr. Gelb. No Comment.
Ho visto la tradizione americana da vicino e sullo sfondo una tenda argentea. Credevo che uscito da lì ci fosse il deserto ad aspettarmi.
Ho visto i vetri appannarsi e il calore aumentare e con un po’ di alcool in corpo i suoni son diventati liquidi e tutto era sospeso, nel nulla.
Ho visto e vissuto una serata ai limiti del lynchano. Mancava solo il pavimento a strisce e la tenda rossa sul fondo e di colpo vi sareste ritrovati a Twin Peaks, o forse solo in un bar di periferia in Arizona, dove i soliti acquirenti seduti al bancone si mescolano a quegli stranieri venuti da fuori.
Ho visto i Giant Sand.

Andrea Sassano

Il tiro incrociato di ululati che colpisce la povera Loana Kelly durante il suo set di spalla conferma l’impossibilità per una donzella di esibirsi in veste acustica/intimistica di fronte al popolo di Spazio 211 che, sabati sera a parte, rimane a maggioranza barbaramente maschile*. Fortuna che Howe Gelb è un tutt’uomo dallo sguardo assassino, e che è arrivato fin qui a cavallo della sua creatura più temuta e rumorosa. La sua strada continua ad incrociarsi in modo curioso con quella degli ex compari Burns e Convertino: dopo la pubblicazione quasi contemporanea dei rispettivi nuovi lavori, ora entrambe le tourneè approdano a Torino, con nemmeno una settimana di stacco l’una dall’altra. L’inevitabile confronto serve a svelare differenze profonde: se i Calexico sembravano tutto sommato a loro agio nella lussuosa ed istituzionale cornice del Teatro Colosseo, per Gelb e i suoi non si potrebbe immaginare uno scenario diverso da questo. La sua voce è indolente e la sua chitarra graffia ancora come al primo blues, da sempre il minimo comune denominatore di tutte le sue incarnazioni.

Anche per via di questa fede alla musica del diavolo, ogni show di Gelb assomiglia alla sua carriera, discontinuo e autodistruttivo. Nei novanta minuti circa che hanno visto i Giant Sand esibirsi sul palco si è avuto modi di annoiarsi, farsi affascinare, esaltarsi, talvolta anche nel tempo di un unico brano! E quando le cose andavano facendosi più “classiche” (magari durante un pezzo di bravura alla tastiera) o lo spettacolo rischiava di finire leggermente sotto le righe (i nuovi arrangiamenti di ‘Stranded Pearl’ e ‘Increment Of Love’ sono quelli che necessitano ancora un po’ di rodaggio) era sempre la stessa scena che si ripeteva: Gelb che imbraccia il ferro e spara un paio di sferragliate elettriche verso l’alto, per riportare tutti con i piedi per terra. Contachilometri azzerato, si ricomincia. Ed è ogni volta così. L’indole tutta spigoli e la tendenza perversa a sabotare se stessi e le proprie –legittime- aspirazioni di “classicità”, rendono difficile seguire tutto un concerto in maniera costante ma se non altro, provvederanno a tenere i Giant Sand alla larga da teatri, musei, teche espositive e affini.

*PerSonale: solitamente vedere lo Spazio 211 pieno anche nelle serate infrasettimanali è uno spettacolo che riempie il cuore, ma se il prezzo da scontare coincide con quella penisola di zulù caciaroni che pagano 15 sacchi per stare al bancone e abbaiare degli affari loro, allora forse era meglio quando si era “pochi ma buoni”. Tanto più che l’etica del concerto rock concede allo spettatore un’ampia gamma di comportamenti accettabili (dal silenzio e l’immobilità assoluti al battipiedi con fischio) ma esclusivamente in quanto riferiti al concerto stesso. Fare come se niente stesse succedendo non vale, è urticante e fa venir voglia di reintrodurre con effetto immediato la perduta arte della Scazzotata in Platea.

Simone Dotto