Giant Sand @ Scheune [Dresda, 9/Dicembre/2008]

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I Giant Sand sono probabilmente la formazione più significativa di quel genere che da molti viene definito alternative country, o desert rock, o che dir si voglia. Certo è che in vent’anni di carriera hanno ridato vita alla musica folk americana, che tanto andava di moda una ventina d’anni prima della loro comparsa. Grazie anche al carisma e alla bravura compositiva del loro leader, Howe Gelb, i Giant Sand figurano oggi alla base di un albero genealogico sui cui rami leggiamo nomi più o meno celebri: Lambchop, Calexico, Friends Of Dean Martinez, Vic Chesnutt e via discorrendo. Inutile dire che un concerto simile difficilmente potevamo farcelo sfuggire, e così eccomi qua a parlarvene.

La serata è fredda. L’appuntamento è per le 21 davanti alla Scheune, bel locale nel quartiere dei bar e delle ore piccole di Dresda: la Neustadt. Una volta il posto era un fienile, ma a parte la struttura a due piani, del fienile non si riconosce più nulla. Oggi ospita tra i migliori concerti della città, nonché serate di poesia, cinema e dj set. La sala concerti è al piano di sopra, dove una volta si conservava il fieno. La temperatura interna contrasta con quella gelida esterna. Meglio. Dopotutto il caldo ricrea l’atmosfera desertica delle canzoni del gruppo americano. In sala una giovane e carina cantautrice australiana ha da poco iniziato il suo set. Purtroppo non riesco a cogliere il nome, ma comunque nulla di trascendentale. I suoi pezzi per voce e chitarra classica scorrono senza lasciare tanti segni.

In sala mi accorgo di essere il più giovane, o quasi. L’età media si aggira infatti intorno ai quarant’anni, e la schiera di capelli bianchi è davvero impressionante. La cosa un po’ mi preoccupa, ma le mie preoccupazioni svaniscono quando sul palco sale Lonna Kelley, altra cantautrice carina. Stavolta però le canzoni il segno lo lasciano eccome. Anche perché lei si fa accompagnare da ¾ dei GS, che certamente aiutano a rendere il tutto più interessante. Le sue sono ballate infarcite di chitarre western, stile colonna sonora di Ennio Morricone. In più suona quattro pezzi, tutti molto belli, senza dilungarsi troppo e rubare tempo al gruppo principe della serata.

Un rapido cambio palco, e puntualissimi, alle 22 scende il silenzio in sala. Howe Gelb fa il suo ingresso sul palcoscenico da solo. Veste molto elegantemente (cosa che non si potrà dire per i bis), si siede al pianoforte e da solo intona una bellissima ballata. La sua voce dal vivo è ancora più cavernosa e profonda, tanto da ricordare in alcuni momenti un grandissimo del passato: Johnny Cash. Per il secondo brano in scaletta salgono anche gli altri tre componenti dell’attuale formazione, e sulla fredda Dresda sembra scendere il caldo tramonto del deserto dell’Arizona. I quattro suonano in perfetta armonia, pescando da tutta la discografia della band. Howe Gelb si diverte come un matto, ma non sorride mai, gioca con gli effetti (sembra un bambino a cui hanno regalato l’ultima pedaliera della Boss), e nei momenti in cui non canta si lancia in indemoniati assoli di derivazione blues. Verso metà del concerto richiama sul palco le due fanciulle che avevano suonato prima di lui per una serie di romantici duetti. Il finale è affidato ad improvvisazioni jazz tra pianoforte, contrabbasso e batteria. Questa è forse l’unico calo di un concerto altrimenti impeccabile. Fortunatamente, sull’onda dell’entusiastico applauso del pubblico, i quattro ritornano sul palco, per tre bis. Howe Gelb ha cambiato camicia, ne indossa una terribile azzurra da Cowboy (di quelle con le frangette alle maniche e sul petto) acquistata – è lui stesso ad annunciarlo – al mercato natalizio che da qualche settimana appesta il centro città. Miracoli della globalizzazione. Nei bis ritorna l’indemoniato Gelb che suona con furore punk la sua sei corde, lasciandoci nelle orecchie un leggero ronzio che mi accompagna fino alla fermata del tram.

Emanuele Avvisati

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