Gianmaria Testa Quartet @ Auditorium [Roma, 6/Maggio/2011]

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Voce roca, occhietti ispirati nascosti dietro vetri rotondi, capelli grigi arruffati, in abito nero, Gianmaria Testa ha la mise e lo charme del musicista-intellettuale che sta bene sul palcoscenico, come una luna crescente in cielo. Canzoni dalle parole raffinate: poesie che raccontano di viaggi, di solitudini, di città, di amanti, di lucciole d’estate, di mare e di luna, d’immigrati, di mercanti, di popoli, di terre lontane. Uno stile, voce e chitarra, inconfondibili (nonostante molti lo accostino a Paolo Conte o a Ivano Fossati – tanto differenti i tre nei testi e nella musica), e che ben ha saputo rivisitare, rivestire con arrangiamenti differenti. In questo live si è presentato in formazione da quartetto, coadiuvato da tre irresistibili musicisti jazz: Nicola Negrini (contrabbasso), Philippe Garcia (batteria) e il mimico ed esilarante polistrumentista Piero Ponzo (clarinetto, sax, harmonium indiano), già collaboratore di Testa e arrangiatore negli album ‘Montgolfière’ (1995) e ‘Altre Latitudini’ (2003). Piccole perle che hanno saputo conquistare un discreto consenso di pubblico, tanto da far registrare il pienone nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica (ben più autorevoli sold out sono quelli all’Olimpia di Parigi, però…).

Gianmaria è un sussurratore di storie ed emozioni, un vero toccasana di questi tempi fatti di urlatori incalliti e logorroici assoldati. Entra sul palco, accolto da uno scrosciare di applausi, imbraccia lo strumento e, con un solo di voce e chitarra, intona ‘Dentro la tasca di un qualunque mattino’. Ringrazia Rita, la fan che è venuta dalla Sicilia per ascoltarlo, a lei e a quanti conoscono il valore degli spostamenti dedica l’inedito ’20 mila leghe in fondo al mare’. Aggiunge che per “leghe” va intesa “l’unità di dismisura terrestre”: un chiaro riferimento ai febbricitanti secessionisti della penisola. Un accenno anche allo sciopero generale indetto dalla Cgil e un invito a resistere. Entrano i musicisti e suonano ‘Città lunga’,‘Dentro al cinema’ e ‘L’automobile’, ossia la Fiat 500 degli anni ’60, status symbol di un’intera generazione. Racconta: “era così piccola che favoriva i contatti, però era completamente antierotica, per via della levetta d’accensione che si trovava a livello della coscia del guidatore e soprattutto della coscia di lei, che fissava il movimento della mano verso il basso e minacciava un “cosa stai facendo???!!!” che non lasciava scampo alla serata…”.

Un concerto che ha molto sedotto il pubblico e divertito allo stesso tempo, come in ‘Voce da combattimento’, un pezzo da lui definito “slow rock”, per la quale indossa occhiali da sole, “in modo da avere il look giusto per questo genere” – precisa scherzosamente. Circa due ore di musica, c’è spazio anche per ‘Sei la conchiglia’, ‘Una lucciola d’agosto’, ‘Forse qualcuno domani’, ‘Polvere di gesso’. A un certo punto le luci si abbassano, Negrini usa l’archetto sulle corde, Ponzo attiva l’harmonium, i suoni si fanno del tutto cupi e tesi per ‘Seminatori di grano’, uno dei capolavori assoluti del repertorio di Testa, insieme a ‘Il passo e l’incanto’, che segue, favolosa, e ‘3/4’, da brividi! Si termina con l’allegra e coinvolgente ‘Al mercato di Porta Palazzo’, il pubblico viene invitato ad accompagnare i musicisti e lo fa, timidamente. Ben due bis concessi dal quartetto per una serata davvero indimenticabile. L’ultimo pezzo è un inno alla pace, un ripudio alla guerra, quella a noi più vicina, e a tutte le guerre, una cover crudele e viva di ‘Le déserteur’ di Boris Vian, tradotto da Giorgio Calabresi per la versione di Ivano Fossati. Si accendono le luci in sala, io vado via con un senso di tranquillità e benessere, mi porto a casa il piacere di aver assistito a una grande performance, di aver assaporato dal vivo il silenzio in musica.

Lina Rignanese

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