Geoff Farina @ Init [Roma, 11/Aprile/2009]

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A volte la maturità è una condanna. Per l’uomo è l’apice di coscienza che arriva brutalmente troppo presto o maledettamente tardi. Per un artista corrisponde di solito al picco più alto della sua crescita ed è quasi sempre l’inizio della celebrazione dell’epilogo. Geoff Farina si siede sullo scranno, aggiusta il microfono, cinge a sè la chitarra e si presenta in italiano rubando l’accento ad un qualsiasi figurante finto-americano in un filmetto italiano anni ’50.

La sua maturità è pura sfortuna. Rubato al volume della musica da un problema all’udito pochi anni fa, si è dovuto reinventare una carriera acustica: senza elettricità e feedback, al netto dei flussi voltaici che avevano spinto i Karate in un posto al confine tra il jazz e qualcosa di strano sospeso tra il post rock e un’aura blues lo-fi ancora intrisa di punk ed emozione. ‘Some Sinatra’ dei suoi Secret Stars improvvisamente rapisce l’ascoltatore con violenza dai propri pensieri e lo abbandona tra i suoi ricordi. ‘Little Maggie’ degli Stanley Brothers, l’intimismo di ‘The Most Recent Imaginary’ ed un brano strumentale senza titolo scritto “guidando su e giù per l’Italia e dedicato alle vittime del terremoto” chiudono il cerchio sonoro a riparo tra le sue emozioni e lontano, molto lontano dal presente.

Il folk intimistico di Farina (così come della sua nuova creatura Glorytellers) mai come in questo caso riflette la storia artistica del suo autore. Le note infatti scivolano via da un blues disciplinato, essenziale, ad una movenza melodica così rara da sembrare delicata e fragile come se il suo fluire passasse dalle mani di Geoff Farina a quelle di David Grubbs sfiorando soltanto i momenti di leggero caos dei primi Karate o dei Gastr Del Sol. Poche parole, una manciata di minuti ed è il momento dei saluti. Poi il bis che quasi tutti ascoltano seduti nella giusta penombra che piega i ricordi lasciando il pubblico di nuovo tra i suoi pensieri. Poi è sera, notte, buio, silenzio e una manciata di stelle segrete arrampicate dove dovrebbero sempre restare.

Alex Franquelli

3 COMMENTS

  1. Una bella esibizione, sincera. Piacevole e particolarmente intensa nella rivisitazione della vecchissima “Shoe in” degli IDA. E’ stata una bella sorpresa, per me, riascoltarla.
    E le cover scelte erano di gran classe.

  2. regalatemelo a natale, lo metto sul comodino e ha più effetto di una spada piena di filtro fiore bonomelli.

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