Geoff Farina & Chris Brokaw @ Init [Roma, 19/Ottobre/2010]

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Il mio primo approccio con l’Init non è stato molto diverso da quello con un vecchio casolare abbandonato da anni. Questo è forse quello che avrebbe pensato chiunque, al momento di prendere la strada sbagliata per entrare nel locale. Arrivo al punto di aprire una porta secondaria e ritrovarmi in uno stanzino, prima di decidere che c’era qualcosa che non andava. Magari, girato l’angolo dietro la porta, mi sarei ritrovato Geoff Farina davanti, chissà… Comunque, tutta ‘sta tiritera per dire che è stata la mia prima visita all’Init (e voi direte “e ‘sti ca…”), ma l’occasione fa l’uomo nerd. Ed era un po’ curioso di vedere all’opera l’ex dei Karate, mente schiva, umile ed intellettuale di uno dei gruppi più seminali e anti-divistici dell’underground americano degli anni ’90.

In principio, siamo proprio quattro gatti. Tanto che i gatti veri e propri autoctoni ci sovrastano quasi in numero. Uno arriva anche a scorrazzare sonnacchioso per la sala, arrivando ad anticipare un po’ l’atmosfera da ranch respirata durante il primo quarto di concerto. Chi fosse venuto a questo concerto da fan dei Karate, sarà forse rimasto deluso. Geoff è ora uno “splendido quarantenne” (oddio… diciamo dignitoso, via) che, almeno in questo progetto in coppia con Chris Brokaw, ha appeso al chiodo le melodie languide e dissonanti per rileggere in modo fedele la tradizione folk e country americana, tra classici del passato ed inediti volutamente filologici. Infatti, la prima parte del concerto è forse quella più monotona. Saliti sul palco in modo totalmente anonimo e circospetto, i due attaccano subito con due, tre pezzi sospesi tra blues e folk, con Farina ben disponibile a lasciare le parti più soliste a Brokaw, per quanto non ci siano dei veri e propri assoli. Niente da ridire, per carità: anzi, è anche piacevole. Ma lo spettro di un concerto tutto di questo tenore si stava profilando in maniera minacciosa. Ma buon sangue non mente e, non appena lasciato solo sul palco, Geoff coglie l’occasione per proporre tre pezzi “tristi e melanconici”, ispirati dai paesaggi dello Stato del Maine. Ed eccoli lì, allora, gli accordi sghembi, le sequenze armoniche improbabili, quei cromatismi azzardati e sospesi tanto amati. A parte la voce (il timbro è sempre quello, per quanto non riesca a capire se il cantato rauco e monotono sia voluto o sia dovuto a dei limiti oggettivi), il modo di maneggiare la sei corde è sempre lo stesso, e l’atmosfera incantata che si viene a creare pure.

Paradossalmente, i momenti migliori del concerto sono proprio quelli solisti. Chris Brokaw dà il cambio al compare dopo una manciata di brani. Aspetto scontroso e burbero alla Neil Young, aria da marinaio scocciato, con una pipa starebbe benissimo. E la sua voce è un testimone perfetto del suo aspetto. Rispetto al compagno di stage, Brokaw propende per brani più decisi ed energici, dei fendenti ordinari nella struttura ma tesi e secchi nell’esecuzione, che non fanno rimpiangere la momentanea assenza dell’headliner. La parte finale del concerto vede di nuovo assieme i due, che tornano su un repertorio più tradizionale, come all’inizio, ad eccezione di un brano più tenue e delicato, uno dei migliori fra l’altro. Traccia per la quale Farina chiede espressamente qualche minuto di silenzio al pubblico. Sì perché, benché pochi, eravamo un numero sufficiente affinché fossero presenti anche quei soliti, tristi figuri, dediti al parlottio incessante e becero: roba che neanche le chiese la notte di Natale. Non si sta parlando del vicino che non la smette di chiacchierare, ma proprio di un brusio diffuso e ostinato proveniente da dietro. Il nostro (così come aveva fatto Brokaw in precedenza) non mancherà, al termine della canzone, di far notare ironicamente: “ora siete liberi di parlare con chi volete e quanto volete”, o qualcosa del genere. L’epilogo si svolge in sordina così come l’esordio, con i due che quasi sgattaiolano via. Momento buffo della serata: non appena Geoff ottiene il silenzio totale, un attimo prima di far partire il brano, si sente un rovesciarsi di piatti e pentole dalla cucina. Lo sghignazzo di Brokaw seguito dalle risate dei presenti è un altro dei momenti di “presa a bene” di un bel concerto.

Eugenio Zazzara

3 COMMENTS

  1. ma e’ la prima volta che metti piede all init e ti pregi di fare il critico musicale sia pure per una ezine??? non ci vedi qualcosa di SBAGLIATO??

  2. Noi non ci vediamo nulla di sbagliato. Soprattutto per uno come Eugenio che ha vissuto gli ultimi anni tra Madrid e Londra. Cosa ci sia di sbagliato per cortesia spiegacelo te. Ribadiamo per la milionesima volta che a Nerds non ci sono critici musicali. Giornalisti, appassionati, maniaci incalliti, addetti ai lavori, musicisti… quello si.

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