Garbage @ Villa Ada [Roma, 8/Luglio/2019]

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Luglio per me è da sempre un mese speciale. Dico da sempre non per intendere da molto, come spesso si fa, ma proprio perchè è quando sono nato. Per questo mi ha fatto ancora più effetto rendermi conto che nonostante ai tempi di ‘Version 2.0’, sophomore dei Garbage nonché disco che me li ha fatti conoscere, avessi soltanto quattordici anni, riascoltando quei brani a distanza di due decadi non li avevo per nulla dimenticati, ricordandone in alcuni casi persino le parole. Mio fratello ascoltava ottima musica, quasi tutta in musicassetta registrata da cd presi a noleggio, e io, orecchio curioso, la carpivo nella camera che condividevamo facendola (anche) mia. Avevo quasi dimenticato l’esistenza della band negli ultimi anni, fino a che non è stato annunciato il loro concerto romano dell’8 luglio. Ottima musica che ascoltavo quand’ero piccolo pochi giorni prima che diventi ancora più grande, ecco la molla che mi ha spinto a decidere di andare a fare un po’ di sano revival. Gli ascolti, il cosiddetto ripasso, successivo all’annuncio della data e in vista del concerto, mi hanno fatto ben sperare: vent’anni dopo, i loro pezzi, suonavano ancora attuali.

Rispetto agli altri concerti di questa stagione di Villa Ada Incontra il Mondo, l’orario di inizio dei live della serata in questione è molto anticipato. I Gomma, interessante band casertana alla quale è stata affidata l’apertura, sono in scaletta alle 20.45, un orario più da partita di calcio che da concerto e che non strizza certo l’occhio a chi, come noi, deve lavorare per permettersi la splendida vita che fa. L’arrivo è così, in buona compagnia con gli altri penalizzati dalla scelta, alle 21.45, proprio mentre Shirley Manson e soci, con svizzera puntualità, per una volta che ci avrebbe fatto comodo il ritardo, si presentano sul palco. Già pregustavamo l’ingresso sotto palco in contemporanea alla band, ma purtroppo, a causa di “lungaggini alle casse”, ci perdiamo i primi due pezzi e parte del terzo. Li riconosciamo in sottofondo ‘Control’, ‘#1 Crush’ e ‘Stupid Girl’, hit sulla quale accediamo alla zona della villa dove si tengono i concerti. Il tour è a supporto dell’edizione celebrativa per il ventennale di ‘Version 2.0’, titolo che molta speranza ci diede in adolescenza. Come accennavamo nel cappello in prima persona, quel nastro lo consumammo, e ogni volta che c’era una piccola morte, uno di quei momenti vissuti con grande drammaticità solo in quanto teen, come la perdita di un portafoglio, il furto di un motorino, la separazione dalla ragazza con la quale eravamo stati cinque giorni e mezzo, pensavamo che ci sarebbe stata la versione 2.0 di quel portafoglio, quel motorino, quella ragazza, e ritrovavamo ottimismo per il futuro. Nel tempo poi le versioni non si sono quasi mai fermate alla due, ma in un ritorno al passato come questo ci piace pensare che la prossima volta che andremo a Villa Ada non troveremo più la cassiera 1.0 che con poca voglia di far bene il suo pur semplice lavoro e scarso rispetto per la musica, chi la ama e ne scrive ci ha fatto perdere l’inizio del concerto. La setlist non sarà nemmeno troppo lunga e il concerto non arriverà alla fatidica ora e mezza, ma la musica noi non la valutiamo un tanto al chilo e il giudizio al termine sarà più che positivo. Se dopo il riascolto delle tracce studio pensavamo che i loro pezzi suonassero bene, dal vivo ci sorprenderemo notando che sembrano ancora meglio. La band è stata fondata nel 1994 da Butch Vig, all’epoca considerato un semidio per aver prodotto un disco seminale come ’Nevermind’ dei Nirvana. Quel disco è stato sia la causa della sua fama iniziale che la motivazione alla base del suo scendere in campo mettendoci la faccia, in quanto ha ammesso che stanco di sentire tutto quel per lui prevedibile suono grunge e alla ricerca di una sferzata di energia, ha deciso di proporre qualcosa di diverso sulla scena musicale. È tuttora il batterista dei Garbage ma per questa parte di tour (come già accaduto nel 2017) è stato sostituito dal navigato Matt Walker (Filter, Smashing Pumpkins…). Nel corso di tutta la serata abbiamo visto e sentito un quartetto compatto, tecnicamente inappuntabile e col tocco magico della cantante scozzese Shirley Manson, cinquantadue anni portati splendidamente e un’acconciatura sui generis, ma diversa da quelle sempre molto particolari che ha sempre mostrato, imitata dalle fan. Oggi ha una rasatura sui lati e i capelli legati all’insù, di un rosso acceso, indossa un ampio vestito a fiori sui toni del giallo e del blu, ma soprattutto ha con sé l’inconfondibile voce che ha incarnato l’angoscia di un’epoca, rimasta intatta nonostante il passare del tempo e che ci accompagnerà in una setlist composta in gran parte da pezzi tratti dal disco del quale si celebra il ventennale, per la nostra gioia, ma anche da tre pezzi del primo ‘Garbage’, per la gioia di tutti, visto che ha ottenuto un enorme successo sin dalla sua uscita nel 1995. Per i tre lavori successivi, quelli meno apprezzati dal pubblico, ma comunque nessuno meritevole di stroncatura, resteranno uno o due pezzi, giusto per far capire che non li rinnegano. L’entusiasmo del pubblico, composto nella stragrande maggioranza da nostalgici e giunto in buon numero, comunque non tale da costringerci a stare troppo stretti, sarà palpabile, anche se chissà, forse a causa dell’età, tanta gente ha preferito assistere al concerto stando seduta. Villa Ada, solitamente una garanzia in quanto a frescura estiva, stavolta è una fornace, e i Garbage contribuiscono ad incendiarla con diciassette pezzi tra i quali non mancano ‘I Think I’m Paranoid’ e ‘Only Happy When It Rains’, mentre non ci sarà spazio per le celeberrime ‘Cherry Lips (Go Baby Go)’ e ‘The World Is Not Enough’, theme song della colonna sonora di uno dei film di James Bond e una delle poche tracce da loro composte a sentire il peso degli anni. Non ci sarà grande spazio per arrangiamenti speciali, a parte in ‘Wicked Ways’, con interludio di ‘Personal Jesus’ dei Depeche Mode, per il resto solo una riproposizione molto fedele all’originale dei brani che, per inciso, è quello che volevamo. In compenso al pubblico, per nulla intenzionato ad andarsene dopo il diciassettesimo brano e i saluti della band americana, verrà regalata la sola, ma splendida, ‘When I Grow Up’, che ci è sembrata messa lì apposta per darci il la per il finale di report che ci piace tanto, quello in cui la coda tocca la testa, o per essere ancora più specifici il cappello di questo articolo.

Andrea Lucarini

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