Gang Of Four + Fatboy Slim + Carbon/Silicon @ Neapolis Festival [Napoli, 15/Luglio/2010]

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E’andata malissimo, e suppongo che il promoter ci abbia rimesso una barca di soldi. Gente poca, e quella poca quasi tutta sbagliata (e sballata). Le presenze forse 2000, dieci volte meno dell’anno scorso quando a chiudere la prima serata furono i R.E.M..Neanche quest’anno è stato risolto l’antipatico giochetto che la sicurezza combina all’entrata: invece di strappare una parte del biglietto come in tutti i concerti del mondo, cercano di farti consegnare tutto il biglietto. Che probabilmente (e usiamo il “probabilmente” solo per evitare querele) viene consegnato a quei bagarini che fuori cercano di venderti lo stesso identico tagliando a 25 euro, invece dei 30 che si pagano alla cassa di fronte. In pratica può capitare in momenti poco controllati che con un biglietto che vende la produzione in realtà entrino tre o quattro persone. Le band di questo afoso giovedì di luglio vengono divise in maniera semplice: gli inglesi sul main stage, gli italiani sul tetto dell’autobus della Redbull messo a lato dell’arena. Potenza un centesimo del palco principale. Il main stage invece è notevole ed ogni cambio avviene alla velocità della luce grazie a un’invenzione di alcuni millenni fa: le rotelle, rotelle sotto ogni ampli, palchetto della batteria, cassa spia o consolle da dj.

Entriamo nell’arena mentre iniziano i Does it Offend You, Yeah? che, come da scaletta, iniziano alle 18.45 in punto, mentre sull’autobus blu hanno già suonato i napoletani Andy Fag & The Real Man e il romano The Niro. I cinque ragazzi di Reading convincono le poche decine di persone che hanno deciso di non passare il pomeriggio al mare, il loro elettro-rock è andato forte in Gran Bretagna negli ultimi due anni e hanno energia da vendere, un buon frontman, e un bell’impatto con la cassa dritta nello stomaco. C’è qualche richiamo all’ultima scena avant-dance britannica tipo Justice o Battles e c’è l’ombra sotto al palco per poter ballare.

Ore 19.30 Redbull bus atto terzo: i Velvet, che ascolto con un orecchio solo perché nella sala stampa, proprio dietro al bus, c’è Mick Jones il chitarrista dei Clash alle prese con domande di giornalisti illuminati che lo fanno parlare 20 minuti di quanto è importante crederci e non mollare mai quando sei emergente e di altri 6 o 7 famosi luoghi comuni. I Velvet quindi volano via con poco più di mezz’ora di set e niente soffrolostressiosoffrolostresssonostancoefuoriforma, ho riconosciuto ‘Nuovi Stimoli’ e ‘Volevo Dirti Molte Cose’ (maledetti echi sanremesi) le altre non le conoscevo, e di questo mi vanterò nelle prossime sere al bar con gli amici.

Alle 20.00 sul main stage arrivano i Carbon/Silicon. Il carbone è Mick Jones (ex Clash) il silicio è Tony James (ex Generation X): due autentiche colonne del punk. A completare la formazione una bassista e un batterista presi a caso, magari di sorpresa alle spalle, in qualche Virgin Megastore di Londra mentre stavano per comprare ‘London Calling’. Il progetto in questione ha fatto parlare di sè soprattutto per la scelta di regalare i loro album su internet invece di venderli, un po’ perché con i diritti d’autore hanno già di che vivere tranquilli, un po’ perché effettivamente li comprerebbero in pochissimi. Il suono dei loro brani infatti è un pop rock insulso, accordi facili, melodie che non restano. Questi due 55enni con pantaloni a vita alta, ma molto alta, e ormai senza capelli, stanno troppo fermi e finiscono per non trascinare un pubblico che è già bello caldo per conto suo, si tirano fuori dal pantano delle ultime produzioni solo grazie alle ultime due canzoni; due delle poche canzoni che Mick cantava nei Clash: ‘Train in Vain’ da ‘London Calling’ e ‘Should I Stay or Should I Go?’. Il pubblico sottointende la risposta e Mick va, andandosene ha anche sforato un quarto d’ora sugli orari della scaletta, che invece tutti gli altri della serata rispetteranno religiosamente.

Sono le 21.30 quando arrivano sul palco i Gang Of Four, da Leeds, una delle band più influenti di sempre, non hanno mai venduto spropositi di dischi, ma una folta schiera di superstar ha tratto ispirazione da loro. Da quando, dopo un paio di lustri di pausa, hanno ripreso a portare in giro i loro sarcastici slogan di stampo Marxista è la seconda volta che passano in Italia (due anni fa a Pescara feci il grave errore di perdermeli). La sezione ritmica è cambiata ma il nocciolo della band c’è: Jon King cantante tarantolato e Andy Gill chitarrista obliquo. Si presentano elegantissimi, e elegantissimi finiranno dopo 55 minuti di set. C’è tanto di ‘Entertainment!’, il loro capolavoro. Dall’iniziale ‘Return The Gift’ alle sfuriate di ‘Anthrax’ con tanto di “strato” tirata per terra, ma c’è anche altro. Un’esecuzione di ‘He Send The Army’ in cui King, travestito da membro degli Einsturzende Neubauten, distrugge ritmicamente un forno a microonde con una mazza da baseball, lo vediamo pian piano ammaccarsi, poi vediamo pezzetti saltare via e alla fine lo vediamo cedere sotto i possenti colpi; proprio come succedeva nel quadro bonus di Street Fighter, quando dopo aver sconfitto i primi 3 avversari, dovevi distruggere un automobile. Gill si muove a piccoli passetti di galoppo laterale e si porta i 55 anni di età infinitamente meglio di Mick Jones che ha suonato prima di lui. Ed è ipnotico vederlo suonare, gli accordi sono facili come suggerisce il punk, ma le schitarrate non cadono mai dove ti aspetti. Il punto più alto del set è ‘Damage Goods’, suonata con l’immancabile botta e risposta delle due voci di King e Gill. E prima di chiudere con ‘I Found The Essence Rare’ arriva anche l’attesa ‘At Home He’s a Tourist’ e si fa notare anche il bassista; vagamente somigliante a Zac De La Rocha, che nonostante sia nella band solo dal 2006 sembra suonare queste canzoni da sempre, le suona bene muovendosi almeno come i due membri fondatori. Quando i 4 escono hanno conquistato il pubblico di Napoli, che ne vorrebbe ancora. Personalmente mi manca ‘Ether’ la mia canzone preferita del loro repertorio che incredibilmente non hanno eseguito. A 30 anni dall’esordio la band ha ancora un grande impatto, ancora si agitano parecchio, si scambiano le posizioni, si aggrovigliano nei cavi, si incazzano sulle aste dei microfoni, e urlano i loro anacronistici e romantici slogan sarcasto-comunisti. Se ricapitano a tiro andateli a vedere, ne vale la pena.

Quando la fiera d’oltremare comincia a dare un colpo d’occhio interessante sono le 23.00 è già passato anche il djset degli Stereo MCs, una mezz’ora di questo hip-hop immerso in una cassa megapompata che fa ballare e saltare, anche se la maggioranza del giovanissimo pubblico stasera ha già deciso che si divertirà a prescindere, e sarebbe entusiasta anche di vedere i Finley featuring Iva Zanicchi. La miccia che da fuoco alle polveri però la possiede Norman Cook, alias Fatboy Slim uno dei migliori dj, producer, e remixer che si sia visto negli ultimi 20 anni. Come d’abitudine seleziona anche immagini oltre che brani, il suo set è di sicuro effetto, anche se in molti aspettano soprattutto le tracce che sono sui suoi dischi, e il dj inglese le fa sospirare. In apertura pochi secondi di ‘Praise You’, poi dopo una mezz’ora di cassa-cassa-cassa-cassa e qualche bolla sparsa qui e lì, con qualche slogan preso da chissadove, Napoli esplode in una saltatissima ‘Right here, Right now’, poi ogni tanto alcune parti di melodie di suoi dischi ritornano ‘Santa Cruz’, ‘Weapon of Choice’, ma il set è decisamente minimale, big beat e poco altro. Molto più gustose invece le immagini e magnetico anche lui sul palco, a tratti quasi più impegnato a ballare e intrattenere la folla che a cambiare il disco che sta andando, molto spesso lascia solo le frequenze basse ed attrettanto spesso rallenta in corsa il tempo delle canzoni, due caposaldi del suo repertorio. Per il resto niente di visionario, e dopo un’ora e un quarto decido che può bastare lasciando il pubblico, ormai davvero poco lucido, da solo a godersi la fine. Forse è più innovativo come producer che come dj, ma stiamo parlando di altissimi livelli. Eppoi cazzo non ho sentito ‘Ehter’ è giusto che non senta neanche ‘The Rockafeller Skunk’. Neapolis 2010 prima parte in tono minore, magari domani i Jamiroquai faranno il botto, ma ci credo poco.

Giovanni Cerro

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