Gang Of Four @ Città dell’Altra Economia [Roma, 23/Settembre/2014]

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Settembre 1979: quattro giovani di Leeds, infervorati dall’ideale marxista e dal punk, danno alle stampe uno dei debutti più sensazionali e influenti mai partoriti in terra d’Albione, la cui copertina rossa sarà destinata a rimanere impressa nei cuori di tanti ascoltatori di musica. Il disco si chiamava ‘Entertainment!’; la band Gang Of Four, in riferimento ai quattro ufficiali della rivoluzione culturale cinese; post-punk l’azzeccato termine coniato per descrivere quell’originale miscela di punk e funk pregna di ideali e di adrenalina. Un altro stupendo album del calibro di ‘Solid Gold’, seguito poi da lavori di medio (‘Songs Of The Free’) o bassissimo rango (‘Hard’), consacrerà il valore di una band seminale, il cui innegabile influsso artistico ha imperversato negli anni Duemila: chiedere a Franz Ferdinand, The Rapture, Maxïmo Park e compagnia cantante per credere. Settembre 2014: di quei quattro giovani, riunitisi a metà anni Duemila per rinverdire i fasti di un tempo e – in formazione rimaneggiata – pubblicare poi ‘Content’, album scontato ma tutto sommato dignitoso, è rimasto solo il chitarrista Andy Gill. Ad affiancarlo, tre ragazzi che all’epoca della pubblicazione di ‘Entertainment!’ non erano nati o comunque erano ancora in fasce. La Biennale Martelive apre i battenti dalla Città dell’Altra Economia presentando (ciò che resta del)la storia. In apertura i Kutso, mentre gli Zen Circus sono stati costretti a disdire la propria presenza a causa di un infortunio al batterista Karim (la notizia dell’annullamento era già stata data sul profilo Facebook ufficiale della band il giorno prima del concerto, ma l’annuncio ufficiale e definitivo solo a ridosso dell’evento). L’idea di assistere allo show di un gruppo che, pur portando quell’imponente ragione sociale come nome, conta solamente uno dei membri fondatori in formazione potrebbe destare immediatamente scetticismo e perplessità, ma sarebbe stato ingiusto partire prevenuti. In fondo, sebbene si prediliga che nelle reunion siano compresi tutti i componenti storici di una band (cosa che i Gang Of Four d’altronde hanno fatto pochi anni fa), la presenza di giovani leve nell’operazione non è da bocciare tout court: può servire a dare nuovi innesti creativi, a dare vivido colore a cartoline ingiallite, a sostenere tecnicamente mani e gambe non più allenate.

L’inizio del concerto con l’immortale ‘Return The Gift’ sembra ben promettere, illudendoci di poter assistere a una coinvolgente rassegna di classici suonati da una band affiatata. Certo, fa strano sentire un verso come “Please send me evenings and weekends” cantato dalla voce di John Sterry e non da quella di Jon King, ma non bisogna fossilizzarsi su quest’aspetto: meglio valutare l’esibizione nel suo complesso. Il giudizio finale, spiace ammetterlo, è una bocciatura inappellabile. Andy Gill appare imbolsito: sembra essere rimasto ben poco di quella chitarra tagliente e acida di cui le nostre orecchie hanno memoria. La sezione ritmica è moscia, poco coesa, senza smalto. La prova vocale di Sterry è rudimentale, senz’anima. Non si reclama l’interpretazione, ma non v’è traccia nemmeno di semplice ma soddisfacente esecuzione. Su ‘I Love A Man In Uniform’ l’impressione è che il nuovo cantante addirittura si aiuti leggendo i testi. Il pubblico – inizialmente caloroso – sembra intontito, dosa gli applausi, appare deluso. Non bastano due invasori di palco ad animare uno spettacolo scialbo. Su ‘He’d Send The Army’, così come un tempo faceva King, Sterry pesta un forno microonde con una mazza da baseball, ma l’effetto è più comico che altro. Non si pretende che i Gang Of Four di oggi abbiano in corpo la carica rivoluzionaria di un tempo: sarebbe uno spettacolo anacronistico. È però doveroso esigere un’esibizione maiuscola dal punto di vista musicale. Invece, i Gang Of One – come qualcuno li ha sagacemente ribattezzati – non solo non hanno anima e senso, ma forniscono una prova vuota, tecnicamente elementare, in certi tratti penosa, in altri imbarazzante. Criticare il fonico o l’impianto sarebbe una comoda attenuante, ma non è questo il caso. Per quanto possa sembrare difficile suonar male un pezzo semplicemente perfetto come ‘Damaged Goods’, i quattro riescono nell’impresa, sebbene sia uno dei rari momenti in cui il concerto prova a decollare. I saluti sono freddi, i bis concessi sarebbero stati più che prescindibili, nonostante ‘Ether’ resti uno dei pezzi più belli mai scritti. Assistere a un concerto di questi Gang Of Four è un’esperienza sconsigliata, e non perché della band che fu, oggi, sono rimasti esclusivamente il glorioso nome e il chitarrista. Il vero problema, visti i risultati del concerto romano, è che Andy Gill farebbe meglio a presentarsi al pubblico con un’altra denominazione o, soprattutto, a non bistrattare i capolavori della sua storia con esibizioni di una tale inconsistenza.

Livio Ghilardi