Gallon Drunk @ Spazio 211 [Torino, 3/Novembre/2007]

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I problemi cominciano dieci secondi dopo l’attacco di “The Rotten Mile”: degli alti assordanti e un suono terribile costringono la band a soffocare sul nascere il pezzo portante del loro nuovo cd. Al pubblico caprone che non si era accorto di nulla e anzi aveva appena iniziato a prenderci gusto, James Johnston si presenta con una riverenza da performer consumato. Un inizio concerto eloquente, che anticipa il doppio motivo sul quale proseguirà la serata: da un lato la maledizione tecnica che, intoppo dopo intoppo, ridurrà il live a tocchetti. Dall’altra l’istrionismo estremo del capobanda, uno fra i pochi fattori in grado di portare comunque in salvo la baracca.

Il grosso della sostanza musicale dei Gallon Drunk va equamente diviso fra il leader e Terry Edwards, un Signor comprimario: sassofonista, tastierista e addetto alle maracas, regge egregiamente il ruolo di spalla soccorrendo spesso il suo compagno nel momento del bisogno (più volte correrà alle tastiere per finire – letteralmente- l’accordo che l’altro ha iniziato). Tutta la presenza scenica, la si deve invece al solo sir Johnston, che peraltro da queste parti c’era già passato: un paio di cronache fa ve lo avevo raccontato come uno dei cortigiani di Mick Harvey, sacrificato nel suo ruolo di factotum, e anche ora che è alla testa della sua formazione storica, non intende abbandonare nessuno dei suoi molteplici ruoli. Ma la vita del chitarrista-tastierista-armonicista e perdipiù cantante è davvero disumana sul palco striminzito dallo Spazio 211: equilibrista fra i fili, Johnston si ingroviglia nei suoi attrezzi da lavoro ed è spesso causa del suo stesso male… i pick up delle chitarre e le aste dei microfoni cadono ripetutamente a terra, vittime della sua “impetuosa” ispirazione, e lo spettacolo nello spettacolo sta nel vedere l’indole hardcore del londinese crescere man mano che le cose peggiorano. Più i fili lo impicciano, più Johnston si spinge fuori dal palco. Più la chitarra lo tradisce, più lui la maltratta. E quando il microfono si stacca, lascia tutto e urla verso l’alto! Un’ultima riedizione della spietata lotta dell’Uomo (ubriaco) contro la Tecnologia. Uno scontro da cui ad avere la peggio è stata la superficie sonora, che ne è uscita piuttosto malconcia: ciò nonostante quel che si è (intra)visto è stato un set decisamente interessante, non foss’altro per la quantità di blues e di roots che gli inglesi riescono ancora ad inglobare nella loro violentissima miscela, oggi come quindici anni fa.

Simone Dotto

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