Gagaku Toru Takemitsu's Shuteiga @ Auditorium [Roma, 10/Novembre/2008]

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Il nome Toru Takemitsu, oltre ad essere scolpito nelle tavole di granito della storia della musica, è necessariamente scolpito in quelle del cinema. Nonostante quello giapponese non sia di facile fruizione, causa la distribuzione o ancor peggio la “trasmissione”. Non è infatti difficile che qualcuno abbia visto un film di maestri come Akira Kurosawa o Nagisa Oshima o anche Shoehei Imamura magari di ritorno da un Sabato sera in “dizco” all’incirca intorno alle 4:15. Sintonizzati su Rai 3 a scoprire che stava iniziando un capolavoro come “Dodes’ka-Den” o “L’Impero della Passione”… ebbene sappiate che le splendide musiche erano composte dal maestro Takemitsu! Tradizione e Progresso sono elementi, che nella cultura nipponica come in poche altre, coesistono in totale armonia, e Gagaku ne è certamente l’esempio. Per scoprire l’origine di questa musica bisogna andare indietro nel tempo, e ritornare circa al VII secolo dopo Cirsto. Il Gagaku, letteralmente “musica elegante”, è quindi sopravvissuto a secoli di cambiamenti, anche radicali se pensiamo agli ultimi 50 anni, grazie al rispetto che i nipponici hanno per i fantasmi del passato. Ed è qui che risiede la grandezza di questo popolo, quando un compositore moderno, Takemitsu appunto, crea un’opera, ‘Shuteiga (Nel giardino d’autunno)’, utilizzando un ensemble tipico di 1300 anni fa. L’ensemble è costituito da 13 strumentisti più 3 danzatori ed i brani eseguiti sono stati 4, due solo strumentali ed altri due con danzatori. Gli strumenti musicali utilizzati sono quanto di più ignoto ci sia all’ascoltatore medio occidentale. L’Hosho ad esempio (usato anche dal tedesco Stephan Micus!) è un organetto a fiato che va riscaldato su un bracere prima di ogni esecuzione, per evitare che la condensa che si forma soffiandoci dentro ne ostruisca i canali. L’Hichiriki è invece una sorta di oboe che ricorda, per forma, il Duduk armeno ma con un suono molto più squillante. Poi ci sono il Ryuteki, una sorta di flauto traverso di bambù, le percussioni come il Kakko, il “più noto” Taiko e lo Shoko, e gli strumenti a corda come il Gakuso e il Gakubiwa. Osservare gli strumentisti in abito tradizionale, con le loro movenze lente ed eleganti crea nel pubblico non poca curiosità, prima che la musica cominci, infatti, vige il silenzio e la trance prende il via grazie ai rituali di assettamento dell’ensemble. Dopo il classico inchino verso il pubblico ecco la musica; chi si intende di opere tradizionali, troverà nel Gagaku diverse analogie con la musica cinese o anche col Gamelan Indonesiano, l’uso dei microtoni, delle note lunghe e vibrate, dei gong e dei tempi lunghi richiama il fascino dell’oriente, una musica onirica che quasi materializza i sogni. Quando entrano in scena i danzatori, il contesto, ovviamente, si arricchisce. Nel primo brano salgono sul palco due uomini con dei costumi molto fastosi, i loro movimenti sono lenti e ponderati, la sensazione che trasmettono è di assoluta leggerezza, non a caso il brano (‘Seigaiha’) vuole musicare la danza degli uccelli sulle onde del mare. La seconda invece, dedicata ad una vittoria in battaglia, è più movimentata ed il danzatore unico, i cui movimenti sono scanditi dai tamburi, porta una maschera arcigna ed ha una bacchetta in mano. Lo spettacolo (e che spettacolo!) finisce con un altro stupendo pezzo strumentale.

Gabriele Mengoli-san.

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