Fuzztones @ Teatro Lo Spazio [Roma, 26/Dicembre/2012]

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Partiamo da un presupposto: la serata che ha visto per protagonisti i Fuzztones la notte di Santo Stefano ha rappresentato tutto ciò che di male può mostrare il rock. Il revival di un revival, i Sonics catapultati negli anni ’80 e ripescati verso la fine del duemiladodici. Loro: vecchi, con la pelle floscia, che giocano a fare le rockstar come se lo fossero davvero, e parte del pubblico convinta seriamente che quelli sul palco fossero delle rockstar. I capelli lunghissimi, a prescindere, che stiano cadendo o meno, che siano orribili o meno, basta che siano lunghissimi. I gilet di pelle, i pantaloni attillati che esaltano le pudicizie del frontman Rudi Protrudi (indicate da una ragazza in prima fila che si gira poi verso un suo amico gridando “ma ce l’ha piccolissimo!”), le camicie tempestate di orribili fantasie psico-floreali. E la chitarra, la chitarra utilizzata come se fosse una promanazione del fallo, artefice di mille doppi sensi di facile comprensione, pronta a subire una sega continua e a schizzare note neanche così originali, quasi vicine al plagio. Sì, tutti gli insopportabili clichè del rock erano lì, sul palco, a qualche metro da me. Prima si era esibito un altro insopportabile clichè, e questo clichè ha il nome de Il Pan del Diavolo. Sono un duo siciliano, fanno musica folk, due chitiarre ed una grancassa, e col loro ultimo disco ‘Piombo, Polvere e Carbone’ hanno riscosso un discreto successo. Bravi, carini, piacevoli quanto prescindibili dalla vita di tutti i giorni. Però personalmente ritengo che sia finito il tempo in cui testi in italiano vadano interpretati per forza di cose con il parlato o con il recitato. Il semplice cantare in Italia lo fanno in pochi, e per la maggior parte sono artisti del calibro di Biagio Antonacci e Tiziano Ferro. Insomma, diamo un po’ di dignità alle melodie vocali sempre più bistrattate, anche perché non tutti avete da dire cose così interessanti. Che poi, ripeto, non sono un brutto gruppo, anzi il loro live è stato anche abbastanza piacevole per i primi venti minuti. I successivi quaranta, però, sono risultati un po’ pesanti (e non solo a me, ma anche a molti con cui ho parlato dopo il concerto).

Ma torniamo ai Fuzztones, al loro garage rock, al loro revivalismo, alle loro camicie e alla loro falloforia esibizione. Dicevo appunto che la loro esibizione ha rappresentato tutto ciò che di male può mostrare il rock. Eppure, consci di questo fatto, e della scarsissima originalità della band, e del gilet in pelle del batterista, bisogna ammettere che il loro show è stato divertentissimo, sembrava di trovarsi all’interno di una fucina di riff che ne sfornava in continuazione. E tutti, ma dico proprio tutti, tutti ballavano. E lo spirito goliardico del rock è entrato nelle viscere di tutti i presenti, tanto che quando Rudi ha detto agli spettatori di spogliarsi e di rimanere nudi, questi l’hanno fatto! Una ragazza si è tolta tutto, maglietta e reggiseno, e a quel punto tutti i ragazzi attorno a lei sono diventati piccoli maschi alfa in lotta tra loro per la conquista della femmina. Uno spassoso studio antropologico, non c’è che dire. E intanto i Fuzztones ripercorrevano la loro sraordinaria carriera, che conta fondamentalmente un album interessante e tanta spazzatura, tirando fuori i migliori pezzi del loro repertorio tra i quali ne ho riconosciuti pochissimi, visto e considerato che la maggior parte delle loro canzoni si assomigliano tra loro in maniera imbarazzante. Eppure, nonostante tutto, piacciono, e mi piacciono. Saranno i riff spacca tutto-balla tutto, quell’atteggiamento un po’ sbruffone da rockstar, questo aggrapparsi ad un passato ormai svanito anche dai ricordi, ma i Fuzztones hanno tirato avanti per quasi un’ora e mezza, e noi del pubblico non ci siamo fermati neanche un attimo, e abbiamo riso di gusto agli stupidi doppi sensi di Rudi, o alle sue battute un po’ più elevate: (“Hey guys do you speak english? Do you understand what I say? So, you say play my fucking guitar” or “fuck my playing guitar”?). E durante il concerto, e anche durante il bis, Rudi ha continuato a parlare col noi, e ha chiesto a noi quali canzoni suonare per il bis, e quando un ragazzo tra il pubblico ha invocato a gran voce ‘Cinderella’, lui ha risposto sinceramente dicendo “I don’t wanna offend nobody playing a shitty version of a song”, dato che proprio non se la ricordava. E alla fine il bilancio del concerto è stato positivo, vuoi il loro carattere guascone, vuoi la birra che avevo tracannato, vuoi la ragazza con le tette di fuori sotto il palco, per non parlare del poker clamoroso calato durante il bis (‘Santa Claus’, la cover di ‘The Witch’, ‘Gotta Get Some’ e ‘Strychnine’). Sì, la prossima volta che torneranno a Roma sarò ancora lì, sotto il palco, a bere e a ballare. Rock’n’roll!

Stefano Ribeca