Future Islands + Celebration + Fear Of Men @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Ottobre/2014]

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Il mio amore per i Future Islands è una cosa recentissima: mai sentiti prima dell’ultimo, splendido, ‘Singles’, fissi in playlist di vario genere dopo. E così il ripescaggio della loro (neanche tanto scarna) discografia è diventato un gesto automatico. In mezzo una serie di live video dove l’elemento preponderante è chiaramente la mobilità (non è una parola a caso) del cantante/autore Samuel T. Herring, un signore americano di età indefinita (ma non verdissima) che fa della gestualità un punto di forza di importanza pari alla voce. Per questo aspettavo con una discreta curiosità la data romana, e in un impeto di curiosità sono andato a sentire anche i due gruppi che aprivano il live dei ragazzi di Baltimora. Forse questo è stato un mezzo errore, a posteriori.

I Fear of Men, in formazione tipo (2 chitarre/basso/batteria) ci hanno regalato una cinquantina di minuti di pop allegro (nei suoni più che nelle liriche) e arioso, condito da rimandi dreamy e qualche punta shoegaze. Detta così sembra una buona formula, ma la sensazione è stata quella di bere un buon vino servito però con due dita d’acqua: la materia prima è eccellente, ma il risultato finale lascia a desiderare. Tutto già sentito, tutto molto edulcorato, tutto molto confuso. Nota di demerito il chitarrista a tratti irritante con delle movenze a metà tra lo spasmo e lo shoegazing e una capigliatura alla fantaghirò. Essenzialmente: meglio su disco che live, dove sono solo simpatici e nulla più. Anche peggio, purtroppo, fanno i Celebration. Dico purtroppo perché su disco mi piacciono molto, lì a Baltimora sono una realtà molto affermata, ma live non convincono proprio. I pezzi sono validi, mischiando un certo tipo di psichedelia a stelle e strisce con la vocalità acidula della cantante/multisrumentalista Katrina Ford, ma nell’esibizione romana il patchwork strumentale che si sente nei lavori in studio è mancato totalmente. E’ stato come sentire una versione svuotata di brani che normalmente sono un florilegio di sonorità. Sicuramente non ha aiutato la formazione ridotta, ma sinceramente non me la sento di promuovere neanche loro.

Promossi invece gli headliner della serata, quei Future Islands di cui parlavo all’inizio. Circolo degli artisti essenzialmente pieno, prime file inavvicinabili, caldo torrido. Dopo una falsa partenza (è partito un fischio da non so cosa che sembrava un allarme bomba), si parte con ‘Give Us the Wind’, e si capisce subito con chi abbiamo a che fare. Samuel T. Herring si muove da subito (e lo farà per tutto il concerto) come fosse tarantolato, dopo 3 minuti la sua camicia è un totale straccio bagnato dal sudore e aizza gli astanti come un navigato frontman. Niente da dire dal punto di vista della resa sonora, i suoi compari sono poco più di comparse che assecondano il cantante americano nelle suo evoluzioni; ma lo fanno con ottimo piglio e dando l’idea di divertirsi molto nel suonare insieme. In scaletta passano tutti i brani più conosciuti della band, che sceglie di passare i singoli più apprezzati dell’ultimo lavoro nella seconda parte del set.
 Scelta azzeccata, visto che l’attenzione si mantiene viva per l’intera durata del live, non trovando alcun momento di stanca o cali di tensione. Dovendo scegliere un pezzo, una straordinaria ‘Tin Man’, resa ancora più potente (ai limiti del dance punk di DFAiana memoria) e trascinante che su disco. L’unico elemento dissonante (ma comprensibile) sono i cali di voce del cantante: in alcuni momenti era abbastanza evidente che stesse soffrendo per la mole di movimento/saltelli/balletti che faceva mentre cantava. Spesso si è abbandonato a urla liberatorie quando non riusciva a “tenere” il pezzo, ma per il sottoscritto è stato anche un piacevole diversivo. Dopo i bis di rito, si chiude con Little Dreamer un set coinvolgente, potente, tirato e apprezzato da tutti.

Simone Macheda

2 COMMENTS

  1. La Ford dei Celebration non vi ha ricordato la Deschanel?
    I Future Islands mi sono piaciuti parecchio, ma due cose a sfavore: il caldo di cristo dentro quel dannato buco e che li ho sentiti il giorno dopo di Morrissey

  2. Non sapevo dei Celebration, pur non avendoci ascoltato mai molto non mi dispiacevano. Anche se lei la conosco soprattutto per il featuring su Staring at the sun dei Tv On The Radio.

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