Fuck Buttons + HTRK @ Circolo degli Artisti [Roma, 19/Ottobre/2009]

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L’incontro è come al solito a metà strada. In quella parte buia di via che dal Circolo porta alla luce caotica di Piazza Lodi. Un nuovo lunedì con appuntamento fisso. Aguirre e il buon caffè del baretto notturno. Dopo Julian Cope atterrano i Fuck Buttons. Niente male per una squilibrata ottobrata romana. I concerti alle 21 per noi sono una vera e propria “festa”. Tranquillità iniziale. Posti comodi con vista totale. Paciosi acquisti di merchandising ufficiale. Quattro chiacchiere con amici. Inquadramento (squadramento) di ogni singolare avventore. Qualche foto in libertà. Individuazione dei soliti cinque coglioni fumanti. Che vigliacchi nascondono la cicca nel palmo della mano, sputano fumo in basso, si guardano furtivi attorno con la speranza di non vedere nessuno affrontarli con una sonora testata in mezzo alla fronte. La solita sparuta minoranza di “eroi” che se ne fotte del rispetto altrui. Bravi stronzi.

Venti minuti dopo le 21 il trio multirazziale degli HTRK è pronto alla performance. Due anni dopo la “spalla” ai Liars (leggi), l’idea sonora della band nata a Melbourne si è notevolmente modificata. Meno ostica e più votata al “pop” (come ci dirà una ingrassata Jonnine al banchetto CD) ben tradotta dal secondo ‘Marry Me Tonight’ (prodotto da Rowland S. Howard). Ora sono stanziali a Londra dopo un periodo a Berlino. Dunque le influenze del vecchio continente vengono assorbite da landscape che sono dreamy e rarefatti alla base, a cui viene aggiunta la “vecchia” caratteristica della band: minimalismo, monotonia vocale, squarci noise e testi oscuri. Jonnine appare trasfigurata rispetto al passato. Sorseggia vino. Percuote con la mano sinistra il suo fedele “tamburo”. A scandire il tempo e i passi dell’esistenza. Non è tutto oro quello che luccica ma è un’esibizione a tratti coinvolgente e fascinosa.

Purtroppo non siamo a Berlino. L’atmosfera lasciata sul palco dal trio ben presto si trasforma in un’orgia tribale, alla quale veniamo invitati dal duo bristoliano, fresco di secondo album ‘Tarot Sport’. Benjamin John Power è seduto dietro ai suoi dischi, davanti alle magliette Fuck Buttons. Non faccio in tempo ad andare a cambiare i soldi che il nuovo disco è già finito. Scorta minima. L’assalto alle shirt è incredibile. Del resto i prezzi sono onestissimi: 10€ per CD e 12€ per magliettina. Benjamin (che d’ora in poi chiameremo Ben per semplicità elettiva) più che un bristoliano sembra un texano. Camicia a quadrotti, cappellino stile camionista, barbetta bionda. Ad aiutarlo un autentico nerd che poco prima si era finito uno spino, distrutto dalla fatica per aver portato un piccolo scatolone pieno solo di “panni”.

Bastano due secondi netti per riconoscere l’inizio. E’ già fomento. E’ già tempo di ‘Surf Solar’. Dalle abrasività stile Black Dice con quell’ingrediente teutonico (magari Tangerine Dream) presenti sul primo acclamato lavoro, si è passati alla concessione, all’apertura scaltra, alla camera con vista su un certo tipo di ibridazione techno (vedi Underworld, i migliori Underworld). Una furbissima e perfettissima centrifuga dove immancabile è il “motorik” dei seminali(ssimi) Neu! che strizza l’occhio a pompose derivazioni di casa Vangelis. Uno di fronte all’altro come da consuetudine. Rispetto al concerto del 2008 (leggi) la gente è quintuplicata. L’effetto debutto. L’effetto ‘Street Horrrsing’ è servito eccome. Impossibile stare fermi. I battiti elettronici primitivi hanno la meglio su stanchezza ed effetti post-Pre Final Fest. Una lenta ma inesorabile cavalcata di distorsioni, accelerazioni, deviazioni da Game Boy, voci filtrate ossessive, movenze rituali. Con qualche piccola stasi centrale, ma con un finale vigoroso, deflagrante e reiteratamente stordente. Dopo un’ora vengono richiamati per un bis che innesca l’esordio, in una sorta di calzante sigla finale, a cui seguono sentiti ringraziamenti. Insieme a Battles e No Age una delle “invenzioni” più avanti ed interessanti dell’ultimo triennio. Non è tardi. Ma affretto il passo e mi adagio in mezzo al blu.

Emanuele Tamagnini

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