Fuck Buttons @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Settembre/2013]

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Sogno di una notte di inizio autunno. Parafrasare la celeberrima opera di William Shakespeare può essere un ottimo spunto per narrare del concerto dei Fuck Buttons al Circolo Degli Artisti. Un evento atteso in maniera spasmodica da moltissimi appassionati di musica della Capitale (nonché dagli addetti ai lavori). Lo testimonia la fila per entrare nel locale di Via Casilina Vecchia, con tanti alle prese con il ritiro di biglietti già acquistati online in prevendita. Non si raggiunge il sold-out, ma il pubblico è evidentemente quello delle grandi occasioni. Non solo fan di musica elettronica, ma una platea multiforme e musicalmente onnivora, stando anche alle magliette indossate dai presenti. Un’eterogeneità che dà gioia. Che i Fuck Buttons siano ormai uno dei nomi di punta della scena elettronica mondiale è risaputo. Un buonissimo esordio nel 2008 con ‘Street Horrrsing’, l’affermazione con il meraviglioso ‘Tarot Sport’ nel 2009 e, infine, dopo la legittimazione definitiva ottenuta con l’inclusione dei brani ‘Surf Solar’ e ‘Olympians’ nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra del 2012, la recentissima uscita del terzo album, l’ottimo ‘Slow Focus’, lavoro accolto calorosamente dalla critica e che ha più che mai confermato le innegabili qualità del duo composto da Andrew Hung e Benjamin John Power. Unanimemente riconosciute, poi, le capacità live degli inglesi, le cui gesta dal vivo precedono in fama le registrazioni su disco.

Inevitabile quindi che, dopo l’apertura affidata al londinese Zan Lyons, l’attesa si faccia trepidante quando ci si avvicina, pian piano, alle 22.45, orario designato per l’inizio del concerto. Con una lunga intro atmosferica e puntualissimi sul ruolino di marcia fanno il loro ingresso sul palco Andrew e Benjamin, rispettivamente a sinistra e a destra dei nostri sguardi. Le loro figure, perennemente proiettate sullo schermo di sfondo allo stage, saranno oggetto di visual che accompagneranno l’intero arco dell’esibizione, esaltando i diversi punti del concerto con colori ed effetti diversi. Si parte così come inizia l’ultimo album ‘Slow Focus’, cioè con ‘Brainfreeze’, e si è subito catapultati nell’universo Fuck Buttons, con vigorosa decisione e arrogante violenza: i volumi altissimi non concedono alternativa alcuna, con buona pace delle orecchie degli astanti. Un avvio di concerto deflagrante che fa pregustare con timore quanto avverrà nel prosieguo. Giochi di luci semplici ma dannatamente efficaci fanno da contraltare alla freddezza marziale del primo brano che sideralmente scivola via verso ‘Surf Solar’, il pezzo che apriva ‘Tarot Sport’. Il pubblico mostra il suo apprezzamento e restare immobili al suono scandito dalla cassa dritta che dà il la definitivo all’alienante trip è crimine contro l’umanità. Ritmi circolari ed ipnotici, suoni che smorzano il respiro fendendo l’aria con ineffabile vigore, verso l’inesorabile e temibile climax finale del brano. Si dipana così lo sconvolgente incedere dei due inglesi, tra la riesumazione di ‘Colours Move’ dal debutto e una superlativa ‘Olympians’, per poi tornare a focalizzarsi sull’ultima opera. Andrew e Benjamin giostrano con dovizia la strumentazione a propria disposizione, districandosi tra un’orgia di cavi da cui si libra il suono antigravitazionale targato Fuck Buttons, ora corredato da inserti vocali che fungono da mero strumento aggiunto, ora da un timpano che detta il passo in direzione dell’universo ultraterreno indicato dagli inglesi. Il pubblico è stordito, frastornato e, in modo trasognante, si lascia guidare dal duo con irragionevole fiducia, posseduto dal ritmo cybertribale di ‘Sentients’ e dai synths di ‘The Red Wing’, il cui incipit degno di un divertissement hip-hop non sembrerebbe nemmeno far presagire l’ammaliante spirito acido che ne segue. Strati su strati di suoni di variegate fattezze si sommano l’un l’altro, edificando un paesaggio sonoro che si fa sempre più impervio man mano che se ne allarga l’orizzonte. Il viaggio si chiude con la lunga ‘Hidden Xs’, un crescendo che, come dei Mogwai che cercano di andare per via elettronica oltre i confini del drone, eleva i corpi e i neuroni dei presenti verso un’accecante, sconfinata dimensione prossima, con algidi synth a cercare di definirne i limiti. La degna conclusione di un’agognata apocalisse sonora che, lungo un’ora a dir poco grandiosa, mostra le sue mille sfaccettature, suscitando curiosità, riverenza, timore, fascinazione e, in più punti, claustrofobico disorientamento. Non servono bis, il ciclo è perfettamente tracciato dalla corrente ascensionale che sin dalle prime battute del concerto ha guidato il pubblico verso un Oltre possibile. Come definire l’Oltre che ha permeato le nostre orecchie è a discrezione di ciascuno dei presenti. La musica dei Fuck Buttons è un viaggio forzatamente collettivo ma cognitivamente personale, da cui nemmeno con le luci accese alla fine del concerto ci si riesce a riprendere, quantomeno in toto. “E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Livio Ghilardi

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