Frog Eyes @ Spazio 211 [Torino, 25/Ottobre/2007]

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Da oggi spingo ufficialmente i Frog Eyes per la corsa alla Nerd-palma di fine anno: e non tanto per il valore della musica in sé, quanto per quell’aspetto tragicamente smarrito con cui i quattro sono sbarcati a Torino, prototipi viventi di quello che si definisce uno “sfigato”. Poco prima di cominciare, il rubicondo ragazzone che suona la chitarra decide di affrontare per primo e tutto da solo le cinquanta distrattissime persone del pubblico: con un’idea tutta sua del falsetto e del finger-picking, propone una manciata di canzoncine modello Jeff Buckley, scritte molto probabilmente nella solitudine della sua cameretta in Canadà. In pochi gli prestano orecchio, ma lui a suonare per sé sembra abituato. E chiude gli occhi.

Quando la band si presenta al gran completo, però, l’anima della festa è Carey Mercer uno che, con tutta probabilità, alle feste non veniva manco invitato: come in quel vecchio mito che vede le persone introverse trasformarsi una volta sopra il palcoscenico, Mercer è timidamente simpatico nel presentarsi agli ascoltatori, ma diventa spaventoso quando inizia a suonare. Delle vere e proprie scariche d’ispirazione elettrica lo colpiscono dall’alto come un parafulmine, e fanno di lui il motore trainante del gruppo. Schiamazza e si contorce, sembra del tutto fuori controllo ma in definitiva è quasi sempre lui a condurre le danze. Spesso infatti dà l’attacco stuzzicando la chitarra, oppure la sua voce appare dal nulla per levarsi da sola verso l’alto, mentre con le mani tiene il tempo come fanno gli interpreti neri di stomp. Gli danno corda l’apporto più vigile dei compagni e una decina di brani dall’ossatura piuttosto contorta: anche a sentirli da vicino, non è facile dire se i Frog Eyes siano zappiani mancati o semplicemente degli indies con gravi problemi compulsivi. Quel che colpisce della loro musica è che è immediata ma allo stesso il caos, la complessità, il numero di ritmi ed umori che si contendono ogni singolo pezzo. “Stockades”, per esempio, parte da un secco riff hardcore per poi arenarsi sulle cadenze di un art-rock intenso e confuso. In altri casi invece si comincia quasi per scherzo e si finisce col rimanere a nervi scoperti: anche la torta allucinogena dei coniugi Mercer può essere un pretesto per conoscere dolori e passioni del frontman canadese. Sintesi ideale del Frog pensiero è l’ultima “Brussels”, ovvero come passare da una disperata elegia new wave a un poppettino saltellante in “soli” nove minuti. Tutto sommato le idee dei signori Cassels sono ancora troppo magmatiche e disordinate per entrare nelle grazie del pubblico, che scambia gli innumerevoli stop&go per i finali delle canzoni e non sa più quando applaudire: ciononostante, in un periodo di intensa svalutazione per l’originalità, i Frog Eyes sono fra i pochi che davvero sudano per scavarsi una nicchia che sia tutta loro. Anche a costo di far storcere qualche naso.

Simone Dotto

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